domenica 9 agosto 2026

La politica delle parole: per ricostruire un senso comune

Il problema, oggi, non è soltanto che la politica abbia smarrito una direzione. È che sembra aver smarrito le parole attraverso cui quella direzione può essere pensata, riconosciuta e condivisa.

E quando una società perde la capacità di attribuire un significato comune alle parole, non perde soltanto uno strumento di comunicazione: perde una parte della propria capacità di costruire egemonia, cioè di elaborare un senso della realtà capace di diventare esperienza collettiva.

È forse da qui che occorre ripartire.

Il Che fare? di Lenin può essere letto anche come un radicale interrogativo sul “come fare”. Non soltanto, dunque, quale società costruire, ma attraverso quali pratiche, quali comportamenti e quali forme organizzative trasformare un’idea in un processo storico concreto.

Il fine non è una destinazione immobile, definitivamente stabilita. È un processo, un divenire. E proprio per questo assumono un’importanza decisiva i mezzi: il modo nel quale si agisce, si organizza, si educa, si costruiscono relazioni e si produce coscienza.

È in questo passaggio che la politica cessa di essere semplice dichiarazione d’intenti e diventa praxis.

I mezzi non sono mai neutrali. Ogni pratica produce cultura; ogni comportamento contribuisce a formare un modo di pensare e di stare insieme; ogni scelta organizzativa contiene implicitamente una concezione dell’uomo e della società.

La trasformazione, dunque, non avviene soltanto quando si raggiunge il fine. Comincia già nel modo attraverso il quale si cerca di raggiungerlo.

È una questione profondamente gramsciana.

Per Gramsci, infatti, la politica non si esaurisce nella conquista del potere. Il terreno decisivo è quello nel quale si forma il senso comune, nel quale una determinata concezione del mondo diventa spontaneamente riconoscibile, condivisibile, persino naturale.

L’egemonia è precisamente questo: la capacità di trasformare una visione particolare del mondo in una forma di coscienza collettiva, in un sistema di significati dentro il quale gli individui possano riconoscersi.

Per questo l’egemonia non si costruisce soltanto attraverso le istituzioni. Si costruisce nella scuola, nella cultura, nelle relazioni sociali, nei luoghi della vita quotidiana e, soprattutto, nel linguaggio.

Perché il linguaggio non è mai semplicemente uno strumento attraverso cui descriviamo la realtà.

Il linguaggio è uno dei luoghi nei quali la realtà sociale viene costruita.

Le parole selezionano ciò che vediamo, stabiliscono connessioni, producono gerarchie di significato. Ci permettono di nominare un’ingiustizia e, nel momento stesso in cui la nominiamo, di renderla riconoscibile come tale.

Una parola condivisa può diventare, quindi, una forma elementare di organizzazione politica.

Ed è forse proprio questo che abbiamo perduto: la capacità di costruire un linguaggio comune capace di trasformare esperienze individuali in coscienza collettiva.

Oggi molte parole continuano a circolare, ma sembrano avere smarrito la loro capacità generativa. Vengono pronunciate, ripetute, consumate fino a diventare formule intercambiabili.

È come se avessimo conservato le parole, perdendo però il mondo che esse contenevano.

Dire pace, per esempio, non dovrebbe significare soltanto evocare l’assenza di guerra. Significa riconoscere nella guerra una condizione disumana e, contemporaneamente, affermare un diverso ordine delle relazioni tra gli esseri umani.

Dire convivialità significa opporre alla solitudine e all’isolamento una concezione della socialità come condizione costitutiva dell’umano.

Dire equilibrio sociale significa riconoscere che esistono forze economiche, culturali e sociali che producono disgregazione e disuguaglianza, e che dunque l’equilibrio non è un dato naturale, ma una costruzione politica.

Dire casa significa molto più che indicare un’abitazione. Significa riconoscere il diritto a un luogo nel quale poter costruire la propria esistenza e, contemporaneamente, denunciare la condizione di chi è espulso, sfrattato, costretto alla precarietà o lasciato senza tetto.

E dire salute significa comprendere che la malattia non è soltanto un fatto biologico individuale: può diventare isolamento, marginalità, perdita di autonomia e solitudine.

In ciascuna di queste parole esiste una relazione dialettica tra ciò che affermiamo e ciò che neghiamo.

È proprio questa ambivalenza a renderle politicamente potenti.

La pace acquista senso nella negazione della guerra. La convivialità nella negazione dell’isolamento. La giustizia sociale nella negazione delle condizioni che producono disuguaglianza. La casa nella negazione della sua privazione.

La parola, dunque, non descrive soltanto un valore: contiene il conflitto intorno a quel valore.

E qui emerge una questione decisiva.

Quando le parole perdono questa dimensione conflittuale, perdono anche la loro capacità di produrre coscienza. Diventano vocaboli svuotati, disponibili a essere utilizzati da qualunque discorso e, proprio per questo, incapaci di costruire una posizione.

È il rischio di una politica ridotta alla comunicazione.

Ma la comunicazione non è ancora egemonia.

L’egemonia richiede un lavoro più profondo: la capacità di trasformare un insieme di esperienze disperse in un senso comune, e il senso comune in una coscienza capace di interrogarsi criticamente sulla realtà.

È il passaggio dall’individuo al soggetto collettivo.

Qui torna ancora Gramsci.

La cultura non è un ornamento della politica. È una delle condizioni della politica stessa. E l’intellettuale non può limitarsi a interpretare il mondo dall’esterno: deve contribuire alla costruzione di una relazione organica tra elaborazione culturale e vita concreta delle persone.

L’“intellettuale organico” non è colui che possiede semplicemente più conoscenze. È colui che partecipa alla costruzione di una concezione del mondo capace di diventare coscienza, organizzazione e pratica.

Per questo il problema delle parole non è un problema estetico.

È un problema di organizzazione della società.

Se non riusciamo più a nominare ciò che ci accade, diventa difficile comprenderlo. Se non riusciamo a comprenderlo, diventa difficile trasformarlo. E se le esperienze individuali non trovano parole comuni nelle quali riconoscersi, rimangono esperienze isolate, incapaci di diventare forza collettiva.

È qui che il nostro tempo appare particolarmente fragile.

Siamo circondati da un’enorme quantità di comunicazione e, contemporaneamente, impoveriti nella capacità di costruire significati condivisi. Parliamo continuamente, ma sempre più spesso senza costruire un linguaggio comune.

Il risultato è una sorta di atomizzazione del senso: ciascuno possiede le proprie parole, il proprio racconto, la propria verità, mentre si restringe lo spazio nel quale quelle esperienze possono incontrarsi e diventare un “noi”.

Ma senza un “noi” non esiste trasformazione politica.

Esiste soltanto adattamento.

Forse è per questo che dobbiamo tornare a considerare il linguaggio come una vera infrastruttura della politica. Non come una sovrastruttura ornamentale, non come una tecnica di comunicazione, ma come uno dei luoghi nei quali si costruisce la possibilità stessa di un soggetto collettivo.

Il compito non è inventare parole nuove per sostituire quelle vecchie. È restituire alle parole la loro storicità, il loro conflitto, la loro materialità.

Restituire loro il rapporto con la vita concreta.

Dire pace e parlare della guerra che la nega.

Dire casa e parlare della precarietà che la rende impossibile.

Dire salute e parlare delle solitudini che la malattia produce.

Dire convivialità e parlare della disgregazione sociale.

Dire equilibrio sociale e parlare dei rapporti di forza che lo rendono possibile o lo distruggono.

Solo così le parole possono tornare a essere strumenti di conoscenza e di trasformazione.

E forse è proprio questo il Che fare? che ci riguarda oggi.

Non soltanto trovare una nuova politica, ma ricostruire le condizioni culturali perché una politica possa esistere.

Ricostruire un senso comune.

Ricostruire una capacità critica.

Ricostruire un linguaggio capace di trasformare il dolore individuale in domanda collettiva, la domanda collettiva in coscienza e la coscienza in organizzazione.

Non è un compito secondario.

È, probabilmente, il terreno sul quale si decide se saremo ancora capaci di essere una società o se resteremo soltanto una somma di individui.

Perché l’egemonia non comincia quando si conquista il potere.

Comincia molto prima: quando una comunità torna a riconoscersi nelle parole con cui interpreta il mondo.

E se oggi quelle parole sono diventate opache, consumate, impoverite, allora il primo gesto politico potrebbe essere proprio quello di tornare a illuminarle.

Non per nostalgia del passato.

Ma per costruire, finalmente, un nuovo senso comune capace di diventare storia.

 

Campagnano, 8 agosto 2026

martedì 28 luglio 2026

NO a qualsiasi accordo tra il comune di Varese e la fondazione Leonardo

 


Campagna di raccolte firme: NO a qualsiasi accordo tra il comune di Varese e la fondazione Leonardo.

Siamo oltre 300, firma anche tu! Collegati al link: 

sabato 25 luglio 2026

La transizione ecologica tradita: la finta ricchezza del Nord-Ovest e l'urgenza di 1% Equo

*La transizione ecologica tradita: la finta ricchezza del Nord-Ovest e l'urgenza di 1% Equo*

di *Alberto Deambrogio*

Esiste un paradosso, amaro e rivelatore, che in questi giorni fotografa perfettamente la condizione sociale ed economica del nostro Nord-Ovest. Un'indagine recente, condotta da uBroker e YouTrend, ha fatto emergere un dato che dovrebbe far tremare i polsi a chiunque si occupi di politica e di futuro del territorio. 

Tra Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta cresce in modo esponenziale la consapevolezza del tema ambientale; le cittadine e i cittadini sanno perfettamente che migliorare le proprie case, isolare i tetti o installare impianti moderni sia l'unica strada per difendere il pianeta e tagliare le bollette. Eppure, quasi una famiglia su due dichiara che non farà alcun intervento di efficientamento energetico. Il motivo? Manca la liquidità. 

Mancano le risorse per l'investimento iniziale.Questa vicenda è paradigmatica e smonta la narrazione di un Nord-Ovest opulento e senza problemi. Ci dice che la sensibilità ecologica è ormai patrimonio comune, ma che le barriere economiche escludono la maggioranza della popolazione dalla transizione. 

Chi è povero o appartiene alle classi medio-basse resta intrappolato in case energivore, pagando bollette insostenibili, mentre i benefici ecologici e i risparmi restano un privilegio per pochi. Siamo di fronte all'ennesima dimostrazione di come la questione ambientale sia, prima di tutto, una gigantesca questione sociale.Il problema strutturale è chiaro: manca una redistribuzione delle risorse dall’alto verso il basso. 

Negli ultimi decenni abbiamo assistito al drenaggio di ricchezza verso una cerchia ristrettissima di super-ricchi, a scapito del welfare, dei salari e della capacità di spesa dei ceti popolari. Le classi medie e basse pagano le tasse fino all'ultimo centesimo attraverso il lavoro dipendente e la tassazione indiretta, mentre le grandi rendite e i patrimoni accumulati godono di scudi, agevolazioni e tassazioni di favore. 

Serve un trattamento omogeneo e progressivo di tutti i tipi di reddito, ripristinando quel principio costituzionale di capacità contributiva che è stato svuotato.Proprio per rispondere a questa inaccettabile asimmetria, diventa oggi giusto, utile e non più rimandabile firmare e far firmare la Legge di Iniziativa Popolare 1% Equo.

La nostra proposta punta a introdurre un contributo di solidarietà, progressivo dall'1% al 3,5%, sui grandi patrimoni superiori ai 2 milioni di euro, escludendo la prima casa. Parliamo di colpire meno dell'1% della popolazione – le grandissime fortune – per liberare miliardi di euro di gettito da vincolare a servizi pubblici essenziali, sanità, scuola e, appunto, alla riconversione ambientale accessibile a tutti.

Senza una patrimoniale sulle grandi ricchezze, la transizione ecologica sarà solo una tassa sui poveri o un'opportunità riservata a chi è già ricco. 

Firmare per 1% Equo significa rimettere in moto la giustizia fiscale e dare alle famiglie del Nord-Ovest, e di tutto il Paese, le risorse necessarie per difendere il proprio reddito e l'ambiente. È tempo di cambiare direzione: più giustizia sociale, meno privilegi.

lunedì 20 luglio 2026

Per la libertà di espressione

 


Arci Roma aderisce e rilancia l’appello in solidarietà con i docenti del Liceo Vivona sottoposti a indagine ministeriale: gli ispettori dell'Ufficio Scolastico Regionale stanno già interrogando studenti e professori. 

★ Per firmare clicca qui https://c.org/spSYGqbSjJ

Tutto nasce da una scandalosa campagna diffamatoria pilotata da un noto quotidiano romano di destra contro un docente di quella scuola che, alla fine dell’anno scolastico e con i quadri già usciti, ha scritto una lettera ai suoi ex studenti, ricordando loro le atrocità geopolitiche che hanno fatto da cornice ai loro ultimi anni di liceo ed esortandoli a “restare umani”. 
La lettera è stata inviata in forma anonima a Il Tempo che l'ha strumentalmente travisata fino a generare l'indagine ministeriale all'interno della scuola.   
Questa storia non è solo un attacco a un singolo docente ma una minaccia per la libertà di tuttз, dentro e fuori le aule scolastiche

No all’approvazione dell'autonomia differenziata


MILANO martedì 21 luglio PRESIDIO - Grattacielo Pirelli - Piazza Duca d'Aosta 3

dalle 15.30 alle 17.00
A partire da lunedì 20 luglio, ci sarà la discussione in Aula a Montecitorio sugli Schemi d’intesa preliminare con le 4 regioni del Nord (Liguria, Lombardia , Piemonte e Veneto). L’Intesa così configurata tornerà in Lombardia.
Pensare che l’Autonomia differenziata non sia più un problema è un errore. A colpi di accetta la maggioranza sta andando avanti e  prevarrà la logica dello scambio con la Legge elettorale.
Diciamo
🔴 No all’approvazione delle pre-intese tra Governo Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto
Chiediamo
🔴 di sospendere il procedimento in corso, di ritirare gli Schemi di intesa stipulati nel 2018 e quelli in itinere (2024), dando piena attuazione alla sentenza della Consulta n. 192/2024
 
TAVOLO NO AUTONOMIA DIFFERENZIATA LOMBARDIA - COORDINAMENTO PER LA DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE LOMBARDIA – LIBERTÀ e GIUSTIZIA CIRCOLO DI MILANO