lunedì 10 agosto 2026
domenica 9 agosto 2026
La politica delle parole: per ricostruire un senso comune
Il problema, oggi, non è soltanto che la politica abbia smarrito una direzione. È che sembra aver smarrito le parole attraverso cui quella direzione può essere pensata, riconosciuta e condivisa.
E quando una
società perde la capacità di attribuire un significato comune alle parole, non
perde soltanto uno strumento di comunicazione: perde una parte della propria
capacità di costruire egemonia, cioè di elaborare un senso della realtà capace
di diventare esperienza collettiva.
È forse da qui
che occorre ripartire.
Il Che
fare? di Lenin può essere letto anche come un radicale interrogativo sul “come
fare”. Non soltanto, dunque, quale società costruire, ma attraverso quali
pratiche, quali comportamenti e quali forme organizzative trasformare un’idea
in un processo storico concreto.
Il fine non è
una destinazione immobile, definitivamente stabilita. È un processo, un
divenire. E proprio per questo assumono un’importanza decisiva i mezzi: il modo
nel quale si agisce, si organizza, si educa, si costruiscono relazioni e si
produce coscienza.
È in questo
passaggio che la politica cessa di essere semplice dichiarazione d’intenti e
diventa praxis.
I mezzi non
sono mai neutrali. Ogni pratica produce cultura; ogni comportamento
contribuisce a formare un modo di pensare e di stare insieme; ogni scelta
organizzativa contiene implicitamente una concezione dell’uomo e della società.
La
trasformazione, dunque, non avviene soltanto quando si raggiunge il fine.
Comincia già nel modo attraverso il quale si cerca di raggiungerlo.
È una
questione profondamente gramsciana.
Per Gramsci,
infatti, la politica non si esaurisce nella conquista del potere. Il terreno
decisivo è quello nel quale si forma il senso comune, nel quale una determinata
concezione del mondo diventa spontaneamente riconoscibile, condivisibile,
persino naturale.
L’egemonia è
precisamente questo: la capacità di trasformare una visione particolare del
mondo in una forma di coscienza collettiva, in un sistema di significati dentro
il quale gli individui possano riconoscersi.
Per questo
l’egemonia non si costruisce soltanto attraverso le istituzioni. Si costruisce
nella scuola, nella cultura, nelle relazioni sociali, nei luoghi della vita
quotidiana e, soprattutto, nel linguaggio.
Perché il
linguaggio non è mai semplicemente uno strumento attraverso cui descriviamo la
realtà.
Il linguaggio
è uno dei luoghi nei quali la realtà sociale viene costruita.
Le parole
selezionano ciò che vediamo, stabiliscono connessioni, producono gerarchie di
significato. Ci permettono di nominare un’ingiustizia e, nel momento stesso in
cui la nominiamo, di renderla riconoscibile come tale.
Una parola
condivisa può diventare, quindi, una forma elementare di organizzazione
politica.
Ed è forse
proprio questo che abbiamo perduto: la capacità di costruire un linguaggio
comune capace di trasformare esperienze individuali in coscienza collettiva.
Oggi molte
parole continuano a circolare, ma sembrano avere smarrito la loro capacità
generativa. Vengono pronunciate, ripetute, consumate fino a diventare formule
intercambiabili.
È come se
avessimo conservato le parole, perdendo però il mondo che esse contenevano.
Dire pace,
per esempio, non dovrebbe significare soltanto evocare l’assenza di guerra. Significa
riconoscere nella guerra una condizione disumana e, contemporaneamente,
affermare un diverso ordine delle relazioni tra gli esseri umani.
Dire convivialità
significa opporre alla solitudine e all’isolamento una concezione della
socialità come condizione costitutiva dell’umano.
Dire equilibrio
sociale significa riconoscere che esistono forze economiche, culturali e
sociali che producono disgregazione e disuguaglianza, e che dunque l’equilibrio
non è un dato naturale, ma una costruzione politica.
Dire casa
significa molto più che indicare un’abitazione. Significa riconoscere il
diritto a un luogo nel quale poter costruire la propria esistenza e,
contemporaneamente, denunciare la condizione di chi è espulso, sfrattato,
costretto alla precarietà o lasciato senza tetto.
E dire salute
significa comprendere che la malattia non è soltanto un fatto biologico
individuale: può diventare isolamento, marginalità, perdita di autonomia e
solitudine.
In ciascuna di
queste parole esiste una relazione dialettica tra ciò che affermiamo e ciò
che neghiamo.
È proprio
questa ambivalenza a renderle politicamente potenti.
La pace
acquista senso nella negazione della guerra. La convivialità nella negazione
dell’isolamento. La giustizia sociale nella negazione delle condizioni che
producono disuguaglianza. La casa nella negazione della sua privazione.
La parola,
dunque, non descrive soltanto un valore: contiene il conflitto intorno a
quel valore.
E qui emerge
una questione decisiva.
Quando le
parole perdono questa dimensione conflittuale, perdono anche la loro capacità
di produrre coscienza. Diventano vocaboli svuotati, disponibili a essere
utilizzati da qualunque discorso e, proprio per questo, incapaci di costruire
una posizione.
È il rischio
di una politica ridotta alla comunicazione.
Ma la
comunicazione non è ancora egemonia.
L’egemonia
richiede un lavoro più profondo: la capacità di trasformare un insieme di
esperienze disperse in un senso comune, e il senso comune in una
coscienza capace di interrogarsi criticamente sulla realtà.
È il passaggio
dall’individuo al soggetto collettivo.
Qui torna
ancora Gramsci.
La cultura non
è un ornamento della politica. È una delle condizioni della politica stessa. E
l’intellettuale non può limitarsi a interpretare il mondo dall’esterno: deve
contribuire alla costruzione di una relazione organica tra elaborazione
culturale e vita concreta delle persone.
L’“intellettuale
organico” non è colui che possiede semplicemente più conoscenze. È colui che
partecipa alla costruzione di una concezione del mondo capace di diventare coscienza,
organizzazione e pratica.
Per questo il
problema delle parole non è un problema estetico.
È un problema
di organizzazione della società.
Se non
riusciamo più a nominare ciò che ci accade, diventa difficile comprenderlo. Se
non riusciamo a comprenderlo, diventa difficile trasformarlo. E se le
esperienze individuali non trovano parole comuni nelle quali riconoscersi,
rimangono esperienze isolate, incapaci di diventare forza collettiva.
È qui che il
nostro tempo appare particolarmente fragile.
Siamo
circondati da un’enorme quantità di comunicazione e, contemporaneamente,
impoveriti nella capacità di costruire significati condivisi. Parliamo
continuamente, ma sempre più spesso senza costruire un linguaggio comune.
Il risultato è
una sorta di atomizzazione del senso: ciascuno possiede le proprie
parole, il proprio racconto, la propria verità, mentre si restringe lo spazio
nel quale quelle esperienze possono incontrarsi e diventare un “noi”.
Ma senza un
“noi” non esiste trasformazione politica.
Esiste
soltanto adattamento.
Forse è per
questo che dobbiamo tornare a considerare il linguaggio come una vera infrastruttura
della politica. Non come una sovrastruttura ornamentale, non come una
tecnica di comunicazione, ma come uno dei luoghi nei quali si costruisce la
possibilità stessa di un soggetto collettivo.
Il compito non
è inventare parole nuove per sostituire quelle vecchie. È restituire alle
parole la loro storicità, il loro conflitto, la loro materialità.
Restituire
loro il rapporto con la vita concreta.
Dire pace e
parlare della guerra che la nega.
Dire casa e
parlare della precarietà che la rende impossibile.
Dire salute e
parlare delle solitudini che la malattia produce.
Dire
convivialità e parlare della disgregazione sociale.
Dire
equilibrio sociale e parlare dei rapporti di forza che lo rendono possibile o
lo distruggono.
Solo così le
parole possono tornare a essere strumenti di conoscenza e di trasformazione.
E forse è
proprio questo il Che fare? che ci riguarda oggi.
Non soltanto
trovare una nuova politica, ma ricostruire le condizioni culturali perché
una politica possa esistere.
Ricostruire un
senso comune.
Ricostruire
una capacità critica.
Ricostruire un
linguaggio capace di trasformare il dolore individuale in domanda collettiva,
la domanda collettiva in coscienza e la coscienza in organizzazione.
Non è un
compito secondario.
È,
probabilmente, il terreno sul quale si decide se saremo ancora capaci di essere
una società o se resteremo soltanto una somma di individui.
Perché
l’egemonia non comincia quando si conquista il potere.
Comincia molto
prima: quando una comunità torna a riconoscersi nelle parole con cui interpreta
il mondo.
E se oggi
quelle parole sono diventate opache, consumate, impoverite, allora il primo gesto
politico potrebbe essere proprio quello di tornare a illuminarle.
Non per
nostalgia del passato.
Ma per
costruire, finalmente, un nuovo senso comune capace di diventare storia.
Campagnano, 8 agosto 2026
venerdì 7 agosto 2026
martedì 28 luglio 2026
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