venerdì 17 ottobre 2025

PENSATE PRIMA DI PARLARE. E GUARDATE. LO SGUARDO SU GAZA DI ELENA, 17 ANNI, STUDENTESSA DEL LICEO BERCHET DI MILANO.

 Spegnete tutto. Ora guardate.

Spegnete per un attimo la voce del professore che detta le date della Seconda Guerra Mondiale. Spegnete il brusio delle lamentele dei voti bassi.

Spegnete le notifiche che vibrano senza pietà.

Spegnete le ironie da corridoio, i discorsi sulle regole non rispettate, sulle occupazioni “improprie”, sui giorni “persi” di scuola.

Spegnete tutto.

E fate una cosa sola.

Guardate.

Guardate quella bambina palestinese che non ha più la scuola, né il banco, né la penna con cui sognava di diventare scrittrice. 

Non ha più sua madre. 

Guardate quel padre che scava a mani nude tra le macerie.

Non cerca un oggetto.

Cerca il figlio. 

Figlio che non potrà mai più abbracciare.

Guardate l’infermiera che da tre giorni non dorme e ha le mani coperte di sangue.

Non ha più medicine, né acqua, né elettricità.

Ma continua, come può, a tenere in vita chi ancora respira.

Guardate Gaza.

No, non leggete solo.

Non limitatevi a scorrere.

Guardate.

Guardate gli occhi sbarrati dei bambini sopravvissuti: non sono più occhi, ma ferite sbarrate sul mondo.

Guardate i corpi ammassati, i sepolti vivi, i video censurati. 

Guardate il fumo nero che si alza da scuole, da ospedali, da case. 

Guardate le vite diventare numeri, le notizie chiamarle "danni collaterali". 

Guardate gli innocenti uccisi due volte: la prima dalle bombe, la seconda dal silenzio.

E adesso ditemi: davvero il problema è stata l'occupazione di questa scuola?

Davvero la vostra indignazione si accende per delle scale bloccate e non per le aule bombardate? Davvero vi scandalizzano due giorni senza lezione più di mesi e mesi senza tregua, senza acqua, senza pace, senza infanzia né futuro?

Ci hanno accusati di aver “creato tensione”. 

Ma quale tensione può mai essere paragonabile all’urlo di una madre alla quale viene strappato il figlio? 

Ci accusano di non essere stati democratici.

Ma quale democrazia possiamo ancora onorare, se nel mondo ci sono governi che possono spegnere intere città, e nessuno li ferma?

Ci hanno parlato di “conflitto”. Di “complessità”. Che bisogna “ascoltare entrambe le parti”. 

E allora io vi chiedo:

Quale parte giustifica la fame come arma?

Quale parte giustifica i bombardamenti su ospedali?

Quale parte giustifica i cadaveri di bambini messi nei sacchi della spesa?

Davvero credete ancora che la verità sia sempre “nel mezzo”?

C’è un punto oltre il quale l'equidistanza non è più equilibrio, ma solo viltà e codardia.

E quel punto lo abbiamo superato da tempo.

Adesso parlano di pace, chiedendoci di tornare alla “normalità”.

Ma se la normalità significa dimenticare, girarsi dall'altra parte, fare finta di niente...

Allora no, grazie.

Noi non vogliamo tornare normali.

Vogliamo restare umani.

E se restare umani significa essere radicali, allora lo saremo.

Se significa essere scomodi, allora ci staremo comodi nella scomodità.

Abbiamo scelto di stare dalla parte della vita, della giustizia, della verità. 

E continueremo a farlo, anche quando saremo stanchi, anche quando ci diranno che è inutile, anche quando ci ignoreranno.

Perché la verità è che, mentre qui ci domandiamo se fosse “opportuno” parlarne,

a Gaza morivano bambini. Ogni giorno.

E noi non vogliamo e non possiamo restare in silenzio.

Perciò guardate.

E pensate.


L’UOMO CHE NESSUNO OSA LIBERARE

 
Ventitré anni di prigione non bastano a spegnere una voce.
Marwan Barghouti, politico, prigioniero e “professore in catene”, è temuto da Netanyahu e da Hamas per lo stesso motivo: parla al popolo come se fosse già libero.
C’è un paradosso che la storia ripete con inquietante regolarità: gli uomini più pericolosi non sono quelli che sparano, ma quelli che spiegano.
Marwan Barghouti appartiene a questa razza rara — quella dei rivoluzionari che hanno più libri che fucili, più idee che milizie.
E proprio per questo, dopo ventitré anni di prigione, Israele non lo libera e Hamas non lo reclama.
Entrambi sanno che, se domani uscisse, non ci sarebbe più guerra da combattere, ma solo un Paese da costruire
Il ragazzo di Kobar che imparò a pensare in prigione
Barghouti nasce nel 1959 nel villaggio di Kobar, vicino a Ramallah — un luogo dove la terra è rossa, le case bianche e la politica si impara al mercato.
A quindici anni entra in Fatah, il movimento fondato da Arafat, e diventa uno dei promotori dello Shabiba, il movimento giovanile palestinese: voleva educare i ragazzi alla resistenza, ma con la testa, non con la dinamite.
Arrestato da adolescente, trascorre lunghi periodi nelle carceri israeliane, dove impara due cose: l’ebraico e la disciplina.
È lì, tra un interrogatorio e l’altro, che inizia a leggere di storia, economia, geopolitica. E quando finalmente si iscrive all’università di Birzeit, studia scienze politiche e storia come un uomo che ha capito che la vera arma è il pensiero.
Nel 1994 si laurea, poi ottiene un master in relazioni internazionali, e infine — ironia suprema — un dottorato in scienze politiche dalla sua cella, con una tesi sulla democrazia palestinese.
Un “professore in prigione”, dunque: non di quelli con la cattedra e la tessera sindacale, ma di quelli che insegnano a voce bassa nei cortili delle carceri, spiegando la differenza tra rabbia e dignità.
Dal sogno di Oslo al carcere
Negli anni ’90, Barghouti partecipa ai colloqui di Oslo: ci crede, ingenuamente. Crede che un giorno ci sarà uno Stato palestinese che non avrà bisogno di sparare per farsi rispettare.
Quando il processo di pace naufraga e scoppia la Seconda Intifada, è lui a cercare di tenere insieme la rabbia della strada e la diplomazia dei palazzi.
Per Israele diventa “il cervello della rivolta”, per il suo popolo “la coscienza della resistenza”.
Nel 2002 viene arrestato, processato e condannato a cinque ergastoli e quarant’anni extra — un modo elegante per dire: “non ti libereremo mai”.
Al processo rifiuta di difendersi: “Non riconosco il vostro tribunale, siete l’occupante”.
Un gesto che lo trasforma in un’icona: da quel momento, per milioni di palestinesi, Marwan Barghouti diventa il Mandela di Ramallah.
Il docente dell’ombra
Dentro la prigione di Hadarim, Barghouti non smette di insegnare.
Organizza lezioni di politica, corsi di lingua, seminari su diritto internazionale.
Forma generazioni di detenuti che lo chiamano “al-ustādh”, il professore.
“Non insegnava come un accademico”, ricorda un ex detenuto, “ma come chi ha perso tutto tranne la voce”.
Da quella cella scrive, studia, guida scioperi della fame, e persino redige, nel 2006, il “Documento dei prigionieri”, una bozza di riconciliazione fra Fatah e Hamas.
Un gesto di dialogo che fece infuriare entrambi: i primi lo accusarono di trattare con gli islamisti, i secondi di parlare di democrazia.
Il leader che spaventa due poteri
Israele non lo libera perché sa che, se uscisse, nessun altro palestinese avrebbe più legittimità di lui.
Hamas non lo vuole libero perché un leader laico e carismatico, capace di unire anziché dividere, distruggerebbe il loro monopolio morale.
E così Barghouti resta dov’è: ostaggio di due paure speculari.
Nel 2017 il ministro israeliano Itamar Ben-Gvir, erede spirituale della destra più estrema, andò a provocarlo nella cella.
Il risultato? Una foto imbarazzante: un ministro armato di potere che sfida un prigioniero armato solo di idee.
E nella storia, si sa, a lungo andare vincono sempre le idee.
Fadwa, la voce libera
Fuori, la moglie Fadwa Al-Barghouti continua a lottare.
Avvocata, diplomata in legge, gira il mondo raccontando la storia del marito con la calma di chi ha imparato a contare gli anni, non i giorni.
Nel 2013 lanciò la campagna per la sua liberazione da Robben Island, l’isola dove fu imprigionato Nelson Mandela.
Una coincidenza che non è solo simbolica: è la confessione di una verità scomoda — che ogni potere coloniale ha bisogno di un Mandela da tenere chiuso per sentirsi al sicuro.
Il futuro che fa paura
Oggi, ogni volta che si parla di scambi di prigionieri, il suo nome ricompare e scompare come un fantasma.
Troppo importante per dimenticarlo, troppo pericoloso per liberarlo.
Eppure, in tutta la Palestina, le sue foto appese alle pareti sono più numerose di quelle di qualunque presidente o capo milizia.
È questo il suo potere: essere libero nell’unico luogo dove gli altri sono prigionieri — le loro ideologie.
Così, tra le mura di un carcere israeliano, un uomo insegna ancora.
Insegna che si può resistere senza odiare, che si può vincere senza uccidere, e che la libertà vera non è una concessione, ma un contagio.
Per questo né Hamas né Netanyahu vogliono che esca:
perché un uomo che insegna la libertà non si controlla, si teme.

sabato 4 ottobre 2025

GRANDE MOBILITAZIONE ANCHE IN PROVINCIA DI VARESE CONTRO IL GENOCIDIO IN PALESTINA

E’ stata grandissima l'adesione allo sciopero indetto dai sindacati di base e da GCIL per la giornata del 3 ottobre. Nonostante le minacce prima del ministro Salvini e poi il parere della Commissione di garanzia circa l'illegittimità dello sciopero, in tutte le piazze italiane si è riscontata una notevole affluenza. A Varese si conterebbero dai tre ai quattromila aderenti, che in questa giornata ben hanno espresso come la società civile sia lontana dalle posizioni del governo, dalla sua trita propaganda, dall'inettitudine e dalla codardia con cui ha affrontato la questione del genocidio in Palestina e in questi ultimi giorni l'assalto alle navi della Flotilla da parte di Israele. La federazione del PRC di Varese non può che applaudire
ad una così vasta partecipazione di lavoratrici e lavoratori, studentesse e studenti, cittadine e cittadini che hanno deciso di manifestare con grandissima civiltà il proprio dissenso. Ribadiamo di nuovo il sostegno del nostro partito a tutti gli scioperi e tutte le iniziative indette a sostegno della causa palestinese, conto la guerra, il riarmo e in sostegno alla Flotilla ed a coloro che per aver partecipato alla sua impresa sono stati di fatto sequestrati e portati forzatamente in Israele. Lo sciopero non è però che l'ultima e più grande manifestazione che segue numerosissime iniziative che si sono succedute in tutta Italia a partire dalla serata del primo ottobre, quando è giunta comunicazione dell'assalto alle prime imbarcazioni della Flotilla. Anche a loro va il nostro riconoscimento anche per l'immediatezza con cui si sono organizzate e per il grande seguito che hanno avuto. Siamo in un momento cruciale della storia, il rischio che la guerra ritorni ed essere considerata un accettabile, anzi un auspicabile strumento di risoluzione dei conflitti è grandissimo. Il taglio allo stato sociale è già in corso e già ci si prospetta un'economia di guerra, visti gli investimenti nel riarmo.
Come Federazione Varese di Rifondazione Comunista, guardando al nostro territorio, auspichiamo che il significativo cammino di oggi prosegua unitario sui contenuti che lo sciopero generale ha portato nelle piazze d'Italia per invertire la rotta.

Partito della Rifondazione Comunista - Federazione di Varese

mercoledì 1 ottobre 2025

MOBILITAZIONE E SCIOPERO GENERALE. FERMARE IL GENOCIDIO A GAZA E DIFESA DELLA GLOBAL SUMUD FLOTTILLA

 


MOBILITAZIONE E SCIOPERO GENERALE. FERMARE IL GENOCIDIO A GAZA E DIFESA DELLA GLOBAL SUMUD FLOTTILLA .

Vale la legge del più forte. La legge del mare internazionale che non vale più. Uno Stato accusato di genocidio, decide arbitrariamente il blocco, dice che le acque sono sue, sequestra il pacifico naviglio della Flottilla e arresta i suoi membri compresi Parlamentari di vari Stati europei. 

Gli Stati europei a doppio standard tra cui l'Italia, mentre straparlano di diritto internazionale e guerra si inchinano al soppruso. L'unica risposta a questa pavidita', vigliaccheria e complicità del Governo Meloni, è la mobilitazione e sciopero generale.

Rifondazione Comunista, invita a mobilitarsi subito in tutte le piazze lombarde e sostenere la proclamazione dello sciopero generale di 8 ore  indetto da tutti i sindacati di base e CGIL per Venerdì 3 ottobre.


SCIOPERO GENERALE IN DIFESA DI FLOTILLA PER GAZA


 

Contro la guerra, il riarmo e il genocidio del popolo palestinese