sabato 29 novembre 2025
NASCE IL COMITATO NAZIONALE PER LA LIBERAZIONE DI MARWAN BARGHOUTI E DI TUTTI I PRIGIONIERI PALESTINESI DETENUTI NELLE CARCERI ISRAELIANE
mercoledì 26 novembre 2025
RIFONDAZIONE COMUNISTA VARESE: LA MOBILITAZIONE DI TUTTE LE FORZE ANTIFASCISTE È ORA PIU' CHE MAI NECESSARIA!
PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA - FEDERAZIONE DI VARESE
lunedì 24 novembre 2025
SCIOPERO GENERALE CONTRO OGNI GUERRA, MOBILITIAMOCI!
Il PRC aderisce all'iniziativa organizzata venerdì 28 novembre in occasione dello sciopero generale da “Busto per la Palestina” invitando alla mobilitazione contro ogni guerra. L'evidente fallimento della proposta di pace, che non è riuscita a fermare il massacro dei Palestinesi a Gaza, bensì ha aumentato le aggressioni dei coloni in Cisgiordania verso la popolazione palestinese e gli attacchi di Israele sul territorio Libanese, si inserisce all'interno di un quadro politico preoccupante in cui gli Stati europei manifestano il loro orientamento guerrafondaio. Il governo italiano attraverso una miope legge finanziaria porta avanti una feroce politica di tagli alla spesa pubblica, limitandosi a concedere qualche beneficio fiscale di cui non godranno però i lavoratori e i ceti in difficoltà. A fronte dei tagli alla spesa sociale crescono gli investimenti in armi e la guerra diventa il grande affare del futuro, come lo diventano gli investimenti per la ricostruzione post bellica. In Palestina questo si sta chiaramente delineando ed è emblematico del futuro che ci attende. L'Europa persegue la strada del riarmo, spingendo verso l'intensificazione della guerra tra Russia ed Ucraina, anziché utilizzare la diplomazia, ciò che sta facendo rende sempre più probabile il rischio di un allargamento del conflitto ad altri paesi, sembra che non si accorga di avvicinarsi pericolosamente ad un terzo conflitto mondiale. Perciò come comunisti sentiamo il dovere di mobilitarci per arginare questa pericolosa deriva, fermare la guerra ed invertire la rotta. Si deve tornare a parlare di pace, di giustizia, di investimenti per la tutela della salute e la promozione sociale. Lo sciopero è uno strumento che i lavoratori hanno conquistato usiamolo per esprimere il NOSTRO DISSENSO ALLA GUERRA ED ALLA SISTEMATICA RIDUZIONE DEI DIRITTI!La federazione del PRC di Varese, che già sostiene gli scioperi del 28 e del 12 dicembre, condivide perciò appieno i contenuti dell'iniziativa indetta da “Busto per la Palestina".
PARTITO DELLE RIFONZAZIONE COMUNISTA - FEDERAZIONE DI VARESE
LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA
Clicca sull'immagine per vedere il video che spiega in modo semplice e chiaro la parte meno nota ma più importante della legge di riforma della magistratura, su cui saremo chiamati a votare al prossimo referendum
domenica 9 novembre 2025
TOMASO MONTANARI: QUESTO E' UN TEMPO DI RESISTENZA
All’assemblea “Democrazia al lavoro” di Firenze il rettore e storico dell’arte attacca la premier: “L’idea di società di Meloni viene dal fascismo di Mussolini: legge del più forte e darwinismo sociale”
“Mi rivolgo a voi consapevole che non stiamo attraversando un momento qualunque della vita di questo Paese”. Con queste parole si apre l’intervento di Tomaso Montanari, rettore dell’Università per Stranieri di Siena, alla giornata “Democrazia al lavoro”, l’assemblea dei delegati e delle delegate della Cgil in corso a Firenze.
Nel suo lungo e articolato discorso, Montanari ha denunciato con forza la manovra economica del Governo Meloni, definendola “una finanziaria da economia di guerra”, e ha individuato un filo ideologico che, a suo giudizio, lega l’attuale politica economica e istituzionale della destra al passato fascista.
Una finanziaria contro la giustizia sociale
“La finanziaria alla quale la Cgil decide di opporre uno sciopero generale si iscrive in un progetto più grande e potenzialmente letale per la stessa democrazia costituzionale del nostro Paese”, ha detto Montanari. “Questa finanziaria – lo abbiamo sentito – prosegue e accelera su una strada ormai ben nota: quella di togliere soldi ai più poveri per darli ai più ricchi, manovrando la leva fiscale nel modo più iniquo, cioè nel modo più contrario possibile alla progressività”.
Secondo Montanari, “questa è una finanziaria da economia di guerra, che prepara il terreno agli unici investimenti che arriveranno non in scuola, università o salute, ma in armi. Una Repubblica fondata non più sul lavoro, ma sulla paura e sull'odio”.
Lo sciopero per il governo è eversivo
Il rettore ha attaccato duramente il governo: “Questo governo ha in mente un’idea precisa di Italia – purtroppo molto più precisa di quella delle opposizioni – e in questa idea di Italia lo sciopero è un atto eversivo, da condannare, da delegittimare, da limitare il più possibile.”
Montanari ha poi ricordato le parole della premier dopo le manifestazioni in solidarietà con la Palestina: “Di fronte alle lavoratrici e ai lavoratori scesi in piazza contro il genocidio israeliano a Gaza e contro lo scenario di complicità del nostro stesso governo in quel genocidio, Giorgia Meloni ha parlato di ‘sciopero pretestuoso’, di ‘weekend lungo’, di ‘clima d’odio’”.
Il marchio della casa
“Non ci stupisce questo tono: è il marchio della casa a cui appartiene. Ma non ci stupisce nemmeno il contenuto, che appartiene a un disegno coerente e a una lunga tradizione”, ha aggiunto.
Il lavoro dipendente? Per Meloni è troppo sindacalizzato
Entrando nel merito del pensiero politico di Giorgia Meloni, Montanari ha citato direttamente i suoi scritti: “Nei suoi libri Giorgia Meloni dice che il mondo del lavoro dipendente ha il difetto di essere, cito le sue parole, ‘fortemente sindacalizzato’. Lo dice come fosse un insulto e sostiene che il rapporto tra impresa e lavoro ha un problema”.
“Sapete qual è? Non l’insufficiente tutela dei diritti dei lavoratori, non la sicurezza che non c’è, non le morti sul lavoro, non il livello dei salari. No: il problema – sono parole sue – è ‘la dinamica conflittuale voluta da una certa dialettica marxista sindacalizzata’”.
La soluzione, ha continuato Montanari, sarebbe per Meloni “la condivisione e non il conflitto, un Rinascimento partecipativo che una nazione moderna, che fa della coesione sociale la sua cifra, deve perseguire”.
“È un messaggio molto chiaro: no al conflitto sociale, no ai sindacati, no agli scioperi. Sì alla collaborazione”, ha commentato.
Un filo diretto col fascismo storico
Il rettore ha poi tracciato un parallelo diretto tra il pensiero della premier e il sindacalismo fascista. “Da dove viene questa idea di società?”, ha chiesto. “Sotto la supina accettazione dell’ordine economico che Meloni e i suoi hanno garantito all’Europa, c’è qualcos’altro. C’è qualcosa che è iscritto nel DNA della storia da cui viene Giorgia Meloni.”
Montanari ha citato “il più diffuso breviario del pensiero di Benito Mussolini che circolò nel Ventennio”, dove alla voce Sindacalismo fascista si rinviava alla collaborazione tra le classi: “Nazione, capitale, corporazioni – scriveva Mussolini – non sono in antitesi irriducibile, come predicarono i socialisti, ma sono in rapporti di stretta interdipendenza fra di loro. Da questa interdipendenza scaturisce la necessaria collaborazione”.
“Questa è la nozione che costituisce il nocciolo del sindacalismo fascista: non conflitto sociale, ma collaborazione”, osserva Montanari.
E ancora: “‘Capitale e lavoro sono sullo stesso piano’, ha scritto Giorgia Meloni. Anche Mussolini lo aveva scritto: ‘Bisogna mettere sullo stesso piano capitale e lavoro; bisogna dare all’uno e all’altro uguali diritti e uguali doveri’. Il filo concettuale mi pare fin troppo chiaro”.
Un terrificante darwinismo sociale
Montanari ha proseguito: “Dice Meloni: ‘dove arrivi dipende da te, da quanto vali, da quello che dimostri, da ciò che sei pronto a sacrificare’. Sono parole molto chiare: chi rinuncia ai propri diritti andrà più avanti. È la legge del più forte. È un terrificante darwinismo sociale che rovescia nel suo contrario il progetto della Costituzione”.
“Ma anche questa idea di una società diseguale, come punto di partenza e come punto di arrivo, ha una radice ben chiara. Si chiama ‘natura’, ed è il regno della disuguaglianza”, ha ricordato Montanari citando ancora Mussolini: “‘Si può, nella società, partire da un minimo denominatore comune, ma la natura, la forza delle cose, la vita stessa dei popoli inducono a diseguaglianze necessarie’”.
“Notate qualche somiglianza di visione fra l’una e l’altra?” ha domandato retoricamente Montanari, ricordando il discorso di Mussolini ai minatori del Monte Amiata del 1924: “Il fascismo insegna a subordinare gli interessi dei lavoratori agli interessi della nazione. Questo è il sindacalismo fascista”.
La nazione al posto della repubblica
“Con queste parole arriviamo dritti a noi, al 2025, un secolo dopo. Gli interessi della nazione: la ‘nazione’ di cui parla ogni giorno Giorgia Meloni, per la quale non esiste più repubblica e non esiste più Stato – esiste solo la nazione”.
Secondo Montanari, “gli interessi della nazione, secondo la Costituzione, vengono definiti con il pacifico e libero conflitto sociale e con il confronto parlamentare che costruiscono una sintesi dell’interesse generale, che tenga conto delle differenze e costruisca l’uguaglianza”.
“L’articolo 3: quello è il fine, l’eguaglianza d’arrivo. La divisione dei poteri è funzionale ad articolare questa dinamica complessa. Pensate al potere giudiziario, pensate al ruolo del giudice del lavoro che, concorrendo ad affermare concretamente i diritti dei lavoratori, concorre a costruire appunto l’interesse della nazione”.
Un’estrema destra ancora fascista
“Ebbene, non è questa l’idea di questa estrema destra. Fatemelo dire: un’estrema destra ancora profondamente fascista nella sua ideologia”.
“Quando questa destra propone il premierato, lo fa ponendo il governo come unico interprete della volontà popolare e dell’interesse della nazione, contro il Parlamento e contro la magistratura.”
Ha poi citato ancora la premier: “‘Esiste uno stretto legame tra l’elezione diretta del Capo dello Stato o del Capo del Governo, il premierato e la sovranità popolare’”. E ancora (scrive Meloni): “‘Il punto è qui: un popolo libero e maturo sceglie di eleggere i propri governanti senza lasciare al Palazzo la possibilità di distorcerne la volontà’”.
“Sono parole gravi – commenta Montanari -. Sono parole eversive. Sono parole colme di disprezzo. Perché quando lei dice ‘Palazzo’ intende il Parlamento, e intende i magistrati che distorcerebbero la volontà popolare, che invece sarebbe incarnata dagli eletti diretti dal popolo. Meglio se uno solo: il capo”.
Asservire la magistratura al governo
“Vedete come le cosiddette ‘riforme del premierato’ e della ‘separazione delle carriere’ – che dovremmo chiamare asservimento della magistratura al governo – sono in una relazione strettissima con la distruzione della possibilità stessa di un conflitto sociale”, ha proseguito Montanari.
“Quando i giudici del lavoro saranno sotto il controllo del governo, quali ragioni dei lavoratori potranno essere riconosciute? E questa è una ragione in più per battersi, senza riserve, nel prossimo referendum”.
I diritti dei lavoratori nel mirino
“Del resto, si chiamano ‘riforme istituzionali’, ma nel mirino ci sono i diritti dei lavoratori. Questo è l’obiettivo. Il continuo attacco al sindacato e al diritto di sciopero va preso non come uno sfogo – lo avevano reso chiaro per tempo – ma come parte di un unico progetto eversivo: distruggere la Repubblica democratica e parlamentare fondata sul lavoro, distruggere la Costituzione, che ha una colpa imperdonabile per questi signori: essere antifascista dalla prima all’ultima parola.”
Lo sciopero come atto di resistenza
Montanari ha concluso richiamandosi a don Milani: “Reagire a questa legge finanziaria con lo sciopero generale significa difendere la possibilità stessa di continuare, anche in futuro, a difendere il lavoro e i suoi diritti”.
“Don Milani diceva che lo sciopero è l’unico strumento, insieme al voto, davvero nobile. E lo diceva alla Chiesa: ‘Avete benedetto per secoli le armi e le spade che facevano vittime. Dovreste benedire lo sciopero e il voto, che sono le uniche armi possibili e legittime’”.
Infine, l’appello finale: “Perché questo, compagne e compagni della Cgil, questo è un tempo di resistenza. Un tempo di sumud, come ci hanno insegnato a dire i nostri fratelli palestinesi”.
ARGENTINA, JP MORGAN ED ELEZIONI
Fiumi di inchiostro sono stati versati sul risultato elettorale in Argentina e sulla “vittoria schiacciante” del partito di governo, La Libertad Avanza di Javier Milei alle elezioni di medio termine del 26 ottobre. Molto si è scritto sugli equilibri politici interni, sulle alleanze, su quali siano stati i fattori che hanno reso possibile una vittoria sorprendente per molti aspetti.
Ma forse non tutti sanno che il 24 ottobre (2 giorni prima delle elezioni) a Buenos Aires si era tenuta la riunione annuale del vertice di JP Morgan Chase Bank, la più grande banca d’affari degli Stati Uniti. Ovvero, una delle banche che ha stabilito le condizioni della sottomissione economica dell’Argentina al sistema finanziario internazionale. E così, mentre nelle strade si chiudeva la campagna elettorale, i poteri forti si riunivano nei salotti eleganti di Buenos Aires, senza troppo chiasso, in abiti scuri e la spilla di JP Morgan sul bavero.
Si sa, ça va sans dire, i banchieri non badano a spese (soprattutto con soldi che non sono loro). E così, parcheggiati nella zona VIP dell’aeroporto internazionale di Ezeiza, hanno fatto bella mostra di sé più di una dozzina di jet privati di alti funzionari della banca, il meglio dell’aviazione executive mondiale, il cui costo per aeronave oscilla tra i 57 e i 61 milioni di dollari.
La presenza di JP Morgan nel bel mezzo di una campagna elettorale caratterizzata dall’incertezza e dalle tensioni cambiarie è stata un’ispezione diretta del laboratorio economico argentino, il più ortodosso del pianeta. Il governo di Javier Milei ha trasformato il Paese in un esperimento neo-liberista radicale, con deregolamentazione, privatizzazioni e indebitamento in nome della libertà di mercato. Ma quella libertà ha dei proprietari, atterrati a Ezeiza con jet di lusso e la JP Morgan è ospite d’onore. Detto in altri termini, prima delle elezioni, i banchieri avevano già deciso chi avrebbe governato, chi avrebbe gestito l’economia ed il debito estero, chi avrebbe controllato l’energia ed il prezzo delle bollette. Lungi dall’essere un fatto isolato è la rappresentazione plastica di una politica di svendita della sovranità travestita da modernizzazione.
Il 24 ottobre, Milei ha partecipato alla riunione dell’emblematica banca statunitense nel ruolo di portavoce del potere finanziario. E nelle elezioni del 26 ottobre, La Libertad Avanza ha ottenuto circa il 40% dei voti a livello nazionale. Fuerza Patria (peronista) si è classificata al secondo posto con circa il 33%, in un’elezione con una partecipazione di circa il 66-68% degli elettori. Al terzo posto (7%) si è piazzata una nuova lista dei governatori delle province (Provincias Unidas), mentre a sinistra la coalizione di partiti trotskisti (Frente de Izquierda y de trabajadores – Unidad) ottiene il 3,90%.
Ma il capitale non si sottopone allo scrutinio elettorale: il suo potere non si decide nelle urne, ma si basa sugli interessi economici che operano al di sopra della volontà popolare, sulla capacità di manipolare il senso comune della società controllando i “latifondi mediatici” tradizionali e gli algoritmi delle “reti sociali”, nonché sull’uso della violenza, nel caso fosse necessario.
Gli ospiti d’onore dei “salotti buoni”
L’incontro annuale ha riunito personaggi al vertice del mondo imprenditoriale, finanziario e politico, internazionale ed argentino.
A capo della delegazione dei banchieri c’era Jamie Dimon (proprietario di una fortuna di 2,8 miliardi di dollari), presidente e CEO di JP Morgan Chase. In precedenza, Dimon è stato membro del consiglio d’amministrazione della Federal Reserve Bank di New York. Il banchiere aveva già visitato il paese nel novembre 2018, quando si era riunito con l’allora Presidente Mauricio Macri. Anche questa volta ha incontrato il nuovo Presidente Milei, ma, a differenza del passato, la visita si è verificata alla vigilia delle elezioni legislative.
Tra gli esponenti del potere globale, spiccava Tony Blair, ex primo ministro britannico, meglio conosciuto come “il macellaio di Baghdad” e per i suoi interventi militari anche in Kosovo e in Sierra Leone. Grazie al meccanismo delle “porte girevoli”, dal 2008 fa parte del Consiglio Internazionale di JP Morgan, con un lauto stipendio di un milione di sterline l’anno come lobbista globale. Con le sue operazioni, durante la guerra in Iraq ha fatto guadagnare molti milioni a JP Morgan, dirigendo la Nuova Banca Commerciale Irachena e ipotecando la produzione di petrolio.
Tra gli invitati c’era anche Condoleezza Rice, ex Segretario di Stato degli Stati Uniti e socia del gruppo finanziario Rice. È stata Consigliere per la Sicurezza Nazionale di George W. Bush durante il primo mandato, e una delle responsabili dell’invasione dell’Iraq nel 2003. Rice ha lavorato per un decennio per la Chevron in Kazakistan, moltiplicandone i ricavi (sia in Kazakistan che in Angola), passati da 1,2 miliardi di dollari nel 1991 a oltre 5 miliardi nel 2000.
Non poteva mancare Robert Michael Gates, che nel 1974 entrò a far parte del Consiglio di Sicurezza Nazionale agli ordini di Henry Kissinger, quando fu disegnato il Piano Condor. Ex direttore della CIA tra novembre 1991 e gennaio 1993, Gates è stato anche segretario alla Difesa degli Stati Uniti (2006-2011) durante la presidenza Obama.
Uno degli ospiti più rilevanti dal settore privato era Amin Nasser, capo della Società degli Ingegneri Petroliferi e CEO di Saudi Aramco, la più grande compagnia petrolifera al mondo, che ha appena acquisito decine di stazioni di servizio in Cile. Nasser, membro del Consiglio di amministrazione di BlackRock dal luglio 2023, dirige una delle aziende più influenti nel settore energetico e minerario globale. Va sottolineato che BlackRock (azionista di YPF, Chevron e Pampa Energía) da tempo ha messo gli occhi sui giacimenti argentini di Vaca Muerta, con gas e petrolio.
All’evento ha partecipato anche Khaldoon Al Mubarak, presidente dell’Autorità per gli affari esecutivi dell’emirato di Abu Dhabi e membro della Dolphin Energy.
Erano naturalmente presenti anche alcuni imprenditori del settore energetico e finanziario locale. Tra gli altri: Gruppo Albanesi, CGC, Aeropuertos Argentina 2000, Camera dell’Energia Eolica, MSU, YPF, Pampa Energía, Banco Hipotecario, e Adecoagro.
L’anfitrione principale è stato Facundo Gómez Minujín, amministratore delegato di JP Morgan Argentina, insieme a Pierpaolo Barbieri (Ualá) e Marcos Galperin (Mercado Libre), imprenditori le cui aziende hanno legami diretti con la banca [i].
Il debito estero alle stelle
Con una lunga storia di indebitamento estero, insolvenze e svendita del Paese, l’Argentina ha un rapporto a dir poco controverso con gli organismi finanziari internazionali. Dopo decenni di prestiti, nel 2006 il governo di Néstor Kirchner aveva finalmente interrotto il suo rapporto con il FMI pagando l’intero debito estero. Ma nel 2018, l’allora presidente Mauricio Macri aveva negoziato con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) un maxi-prestito di circa 50 miliardi di dollari per “stabilizzare l’economia”. Il più grande mai concesso dal FMI. E a cambio del prestito, Macri aveva approfondito le politiche neo-liberiste ortodosse.
Oggi, l’arrivo di JP Morgan coincide con il sostegno finanziario degli Stati Uniti all’Argentina, che di recente ha firmato uno swap per 20 miliardi di dollari e sta intervenendo nel mercato dei cambi acquistando pesos argentini per contenere il tasso di cambio ufficiale. Si tratta di un’operazione senza precedenti in appoggio a un “governo amico”.
Oltre al cambio di valuta, c’è da ricordare l’intervento a gamba tesa di Trump, che aveva promesso ulteriori crediti all’Argentina solo in caso di vittoria di Milei. Secondo il suo segretario del Tesoro, Scott Bessent, il sostegno potrebbe includere un ulteriore prestito di 20 miliardi di dollari da un consorzio di banche, tra cui JP Morgan. La banca d’affari, inoltre, secondo il nuovo ministro degli estri argentino ed ex segretario delle Finanze, Pablo Quirno (uomo di JP Morgan), sarà responsabile dell’operazione di riacquisto del debito, annunciata questa settimana.
Nei giorni precedenti il vertice, JP Morgan ha pubblicato un rapporto in cui identifica le opportunità nei titoli argentini, con particolare enfasi nei settori energetico e bancario. Nonostante i rischi della situazione politica e macroeconomica tutt’altro che stabile, l’analisi enfatizza il potenziale di ripresa in caso di vittoria del governo Milei. La scommessa non poteva essere più chiara. Un’ennesima dimostrazione del fatto che i poteri forti non hanno bisogno né di elezioni, né di democrazia, ma di debiti e obbedienza. Il contrasto è stridente nel Paese laboratorio del turbo-liberismo mondiale.
Tutti gli uomini di JP Morgan
La banca JP Morgan ha appena annunciato la costruzione a Buenos Aires di due nuove mega torri per uffici, per raddoppiare la propria capacità operativa nel Paese.
La Casabianca e la JP Morgan hanno inserito i propri uomini nel Ministero dell’Economia, nel Banco Central e agli Esteri, per dettare l’agenda economica e influenzare la politica estera. Per questo hanno messo Luis Caputo (ex capo di Trading per l’America Latina di JP Morgan) al Ministero dell’Economia, Santiago Bausili come Presidente del Banco Central e Pablo Quirno (ex-direttore America Latina di JP Morgan) a capo del Ministero degli Esteri.
JP Morgan ha annunciato che investirà 1,5 miliardi di dollari in quattro settori e 27 sottosettori “strategici”, tra cui il minerario, l’energetico e i beni industriali. Uno degli obiettivi è quello di garantire la fluidità delle catene di approvvigionamento di materie prime fondamentali per gli Stati Uniti, nel contesto di guerra commerciale con la Cina e della disputa mondiale per il controllo delle risorse naturali.
JP Morgan fa shopping
Rassicurata dal risultato elettorale, la JP Morgan avanza con strategie devastanti.
La prima è quella della privatizzazione del settore nucleare.
La seconda è privatizzare le centrali idroelettriche costruite con fondi statali. Il bando internazionale per la vendita di 4 centrali scadeva lo scorso 23 ottobre, ma su richiesta delle parti interessate, Caputo ha gentilmente posticipato di altre due settimane la chiusura del bando, a cui aveva già apportato modifiche. Le dighe sono state costruite con le risorse dello Stato argentino, poi attribuite in concessione da Menem negli anni ’90 e ora vendute da Milei.
La terza strategia di JP Morgan è quella di dollarizzare le tariffe energetiche. In un Paese con bassi salari in pesos, dollarizzare l’energia significa rendere la vita quotidiana ostaggio del dollaro. Dal dicembre 2023, le tariffe sono aumentate del 514% con un’inflazione del 171%. Le grandi aziende potranno acquistare energia direttamente dai produttori, a prezzi in dollari e senza regolamentazione statale.
La ricetta delle privatizzazioni non è nuova: prima indebitano le aziende pubbliche, poi le “amministrano” e alla fine comprano a prezzi stracciati ciò che hanno distrutto. Lo ha detto chiaro e tondo lo stesso Jamie Dimon: “Con questo salvataggio, compreremo a basso prezzo e venderemo caro”.
Nel 2025, l‘Argentina è di nuovo in vendita, ma il cartello “Vendesi” è affisso a Wall Street.
La storia si ripete come tragedia
Il 12 ottobre 1492, Cristoforo Colombo arrivò in America con le famose tre caravelle e con quella spedizione iniziò la sanguinosa colonizzazione europea del continente americano. Viceversa, nell’ottobre del 2025, i dirigenti della più grande banca degli Stati Uniti sono arrivati in Argentina con una flotta di jet di lusso, per dare continuità al saccheggio finanziario. Mentre Milei ha celebrato l’arrivo dei capitali internazionali come se si trattasse di una nuova epopea civilizzatrice, gli emissari del sistema finanziario globale controllano e condizionano il corso dell’Argentina turbo-liberista.
Nel 1492 Colombo portò la croce e la spada, specchietti e perline di vetro colorato, promesse di civiltà e progresso. Sappiamo come andò a finire. Nel 2025, JP Morgan compra a prezzi stracciati gli assets argentini e promette investimenti. Come allora, la storia si ripete: mentre i popoli sono derubati di terra, risorse minerarie e finanziarie, la resa senza condizioni si maschera da alleanza strategica, la sudditanza da apertura al mondo, il saccheggio da progresso.
Le caravelle del XXI secolo sono i jet della JP Morgan, che simboleggiano lo sbarco dei poteri forti, del potere reale. Bastano alcuni jet privati parcheggiati a Ezeiza per capire chi comanda davvero nell’Argentina dell’eterno aggiustamento strutturale.
https://marcoconsolo.altervista.org/argentina-jp-morgan-ed-elezioni/
lunedì 3 novembre 2025
domenica 2 novembre 2025
sabato 1 novembre 2025
LA SCUOLA NON SI ARRUOLA
Riteniamo che si
stia consumando un fatto vergognoso all'interno del mondo della scuola e della
formazione. L’Osservatorio contro la Militarizzazione delle Scuole e delle
Università ha organizzato un convegno nazionale dal titolo “La Scuola Non Si
Arruola” per la giornata del 4 novembre, Giornata dell’unità Nazionale e delle
Forze Armate”, con una chiara finalità: portare all’attenzione del mondo della
scuola e dell’università il profondo cambiamento che nella nostra società si
sta verificando rispetto al ruolo della guerra, dell'esercito e delle armi,
soprattutto grazie all’attuale governo. Assistiamo infatti alla progressiva
normalizzazione della guerra quale strumento di risoluzione delle tensioni e
dei conflitti e alla conseguente crescita delle spese per il riarmo dei paesi
europei. Questo drammatico cambio di prospettiva pesa inevitabilmente sui conti
pubblici determinando il taglio di molti servizi, sanità ed istruzione in
testa, a scapito soprattutto dei ceti meno abbienti. La sicurezza si traduce
sempre più ed esclusivamente in repressione del dissenso e del conflitto
attraverso pratiche coercitive ed autoritarie, in linea coi principi
“sicuritari” sanciti dal governo Meloni e ad alcune direttive europee.
Preoccupante in modo particolare è l’azione del governo sul piano ideologico e
culturale. Non sono infatti mancate occasioni in cui l’esercito è entrato nelle
scuole per tenere corsi di formazione e parlare di guerra, neppure eventi
pubblici in cui mostrare armi come a Palermo qualche settimana fa, cercando di
procedere verso una normalizzazione delle pratiche di guerra,
"introducendole" nella quotidianità. Ci si è spinti persino a far
dimostrazioni in qualche asilo della nostra provincia.
Purtroppo siamo venuti a conoscenza del fatto che il convegno organizzato dall'Osservatorio Contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università è stato annullato dal Ministero Dell'Istruzione e del Merito con la motivazione che l'iniziativa non appare coerente con le finalità di formazione professionale del personale docente presentando contenuti e finalità estranei agli ambiti formativi riconducibili alle competenze dei docenti.
Il Partito Della Rifondazione Comunista trova questa motivazione assolutamente capziosa e priva di valore, ritenendo che nella formazione tanto dei docenti che degli studenti una riflessione sulle tragiche conseguenze della guerra e sui meccanismi che la determinano sia invece essenziale nelle sviluppo di una cultura critica tanto nelle nuove generazione quanto in tutti i cittadini ed aprire un dibattito su questo tema non sia estraneo alla formazione culturale e professionale di nessuno. Rifondazione Comunista coglie invece la volontà governativa di imporre un unico punto di vista, acritico, tacitando ogni dissenso. Il nostro partito solidarizza con l'Osservatorio contro la Militarizzazione, riconoscendogli un alto valore politico e culturale del lavoro svolto di cui condivide appieno la finalità. Si augura pertanto che abbia buon fine l'azione legale intrapresa dallo stesso Osservatorio per superare l'opposizione del Ministero Dell'istruzione e del Merito e restituire il diritto alla formazione al dibattito e all'istruzione di docenti, studenti e cittadini.
PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA -
FEDERAZIONE DI VARESE







