sabato 1 novembre 2025

LA SCUOLA NON SI ARRUOLA

Riteniamo che si stia consumando un fatto vergognoso all'interno del mondo della scuola e della formazione. L’Osservatorio contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università ha organizzato un convegno nazionale dal titolo “La Scuola Non Si Arruola” per la giornata del 4 novembre, Giornata dell’unità Nazionale e delle Forze Armate”, con una chiara finalità: portare all’attenzione del mondo della scuola e dell’università il profondo cambiamento che nella nostra società si sta verificando rispetto al ruolo della guerra, dell'esercito e delle armi, soprattutto grazie all’attuale governo. Assistiamo infatti alla progressiva normalizzazione della guerra quale strumento di risoluzione delle tensioni e dei conflitti e alla conseguente crescita delle spese per il riarmo dei paesi europei. Questo drammatico cambio di prospettiva pesa inevitabilmente sui conti pubblici determinando il taglio di molti servizi, sanità ed istruzione in testa, a scapito soprattutto dei ceti meno abbienti. La sicurezza si traduce sempre più ed esclusivamente in repressione del dissenso e del conflitto attraverso pratiche coercitive ed autoritarie, in linea coi principi “sicuritari” sanciti dal governo Meloni e ad alcune direttive europee. Preoccupante in modo particolare è l’azione del governo sul piano ideologico e culturale. Non sono infatti mancate occasioni in cui l’esercito è entrato nelle scuole per tenere corsi di formazione e parlare di guerra, neppure eventi pubblici in cui mostrare armi come a Palermo qualche settimana fa, cercando di procedere verso una normalizzazione delle pratiche di guerra, "introducendole" nella quotidianità. Ci si è spinti persino a far dimostrazioni in qualche asilo della nostra provincia.

Purtroppo siamo venuti a conoscenza del fatto che il convegno organizzato dall'Osservatorio Contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università è stato annullato dal Ministero Dell'Istruzione e del Merito con la motivazione che l'iniziativa non appare coerente con le finalità di formazione professionale del personale docente presentando contenuti e finalità estranei agli ambiti formativi riconducibili alle competenze dei docenti.

Il Partito Della Rifondazione Comunista trova questa motivazione assolutamente  capziosa e priva di valore, ritenendo che nella formazione tanto dei docenti che degli studenti una riflessione sulle tragiche conseguenze della guerra e sui meccanismi che la determinano sia invece essenziale nelle sviluppo di una cultura critica tanto nelle nuove generazione quanto in tutti i cittadini ed aprire un dibattito su questo tema non sia estraneo alla formazione culturale e professionale di nessuno. Rifondazione Comunista coglie invece la volontà governativa di imporre un unico punto di vista, acritico, tacitando ogni dissenso. Il nostro partito solidarizza con l'Osservatorio contro la Militarizzazione, riconoscendogli un alto valore politico e culturale del lavoro svolto di cui condivide appieno la finalità. Si augura pertanto che abbia buon fine l'azione legale intrapresa dallo stesso Osservatorio per superare l'opposizione del Ministero Dell'istruzione e del Merito e restituire il diritto alla formazione al dibattito e all'istruzione di docenti, studenti e cittadini. 

PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA - FEDERAZIONE DI VARESE

lunedì 20 ottobre 2025

Il Partito della Rifondazione Comunista – Federazione di Varese esprime solidarietà ai compagni del PCR per il gravissimo attacco subito nei giorni scorsi

 Il PRC esprime tutta la sua solidarietà ai compagni del Circolo Lenin del Partito Comunista Rivoluzionario di Varese oggetto di un gravissimo attacco subito nei giorni scorsi. Le vetrine della sede sono state imbrattate con feci animali e colpite da bottiglie. È il secondo episodio di questo genere che si verifica quest'anno. Convinti che il confronto politico debba seguire sul piano dei contenuti e delle idee, riteniamo che questa vile azione dimostri con evidenza la matrice fascista di chi l'ha commessa che, come da copione consolidato, mostra la piena incapacità di riflettere sulle idee e le attività svolte dai giovani compagni del Circolo, ed esprima solo un ideologico ed intollerabile rifiuto del confronto e del dialogo, espressi peraltro in modo assolutamente deprecabile.

Il PRC esprime invece stima per l'impegno e le attività del Circolo Lenin e ammirazione per il coraggio che hanno mostrato a fronte dell'accadimento.

 

PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA - FEDERAZIONE DI VARESE

domenica 19 ottobre 2025

CONDANNIAMO L'ATTENTATO A RANUCCI

Abbiamo appreso con sgomento dell’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci avvenuto la scorsa notte a Pomezia. L’auto di sua proprietà è stata fatta esplodere e dalle prime indagini emergerebbe che la carica dell’esplosivo fosse tale da poter uccidere. Si tratta indubbiamente di un attentato gravissimo, fortemente intimidatorio sia nei confronti di Ranucci e della sua famiglia, sia nei confronti del giornalismo di inchiesta e dell’informazione libera in generale. Il PRC riconosce il grande lavoro condotto da Ranucci e dalla trasmissione Report, un lavoro condotto con grande impegno e serietà, capace di produrre una informazione lucida, chiara e puntualmente ben documentata. All’interno di una società che si voglia definire democratica il ruolo dell’informazione vera, documentata e assolutamente scevra da aspetti propagandistici è fondamentale.  In un periodo quale è quello che stiamo attraversando, dove la propaganda assume un ruolo predominante a scapito di una informazione curata e puntuale, il lavoro di Ranucci ha per noi, perciò, un grandissimo valore e un attentato di questo genere non può che destare grandissima preoccupazione, configurandosi come un vero e proprio attentato contro la libertà di informazione. La difesa dell’informazione e di chi in questo ambito lavora è fondamentale per la tutela della democrazia. Il PRC esprime perciò piena solidarietà e vicinanza a Sigfrido Ranucci per quanto accaduto. Ci auguriamo che le indagini saranno condotte con cura e facciano emergere le vere responsabilità, ma soprattutto che la politica prenda atto di quanto accaduto e sappia fare un importante passo avanti nel riconoscimento e nella tutela della liberà informazione.

PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA - FEDERAZIONE DI VARESE

  

Libertà per Marwan Barghouti il Nelson Mandela palestinese


Firma la petizione: https://www.change.org/LiberareBarghouti

Ventiquattro anni di prigione non bastano a spegnere una voce.
Marwan Barghouti, politico, prigioniero e “professore in catene”, è temuto da Netanyahu e da Hamas per lo stesso motivo: parla al popolo come se fosse già libero.
C’è un paradosso che la storia ripete con inquietante regolarità: gli uomini più pericolosi non sono quelli che sparano, ma quelli che spiegano.
Marwan Barghouti appartiene a questa razza rara — quella dei rivoluzionari che hanno più libri che fucili, più idee che milizie.
E proprio per questo, dopo ventitré anni di prigione, Israele non lo libera e Hamas non lo reclama.
Entrambi sanno che, se domani uscisse, non ci sarebbe più guerra da combattere, ma solo un Paese da costruire
Il ragazzo di Kobar che imparò a pensare in prigione
Barghouti nasce nel 1959 nel villaggio di Kobar, vicino a Ramallah — un luogo dove la terra è rossa, le case bianche e la politica si impara al mercato.
A quindici anni entra in Fatah, il movimento fondato da Arafat, e diventa uno dei promotori dello Shabiba, il movimento giovanile palestinese: voleva educare i ragazzi alla resistenza, ma con la testa, non con la dinamite.
Arrestato da adolescente, trascorre lunghi periodi nelle carceri israeliane, dove impara due cose: l’ebraico e la disciplina.
È lì, tra un interrogatorio e l’altro, che inizia a leggere di storia, economia, geopolitica. E quando finalmente si iscrive all’università di Birzeit, studia scienze politiche e storia come un uomo che ha capito che la vera arma è il pensiero.
Nel 1994 si laurea, poi ottiene un master in relazioni internazionali, e infine — ironia suprema — un dottorato in scienze politiche dalla sua cella, con una tesi sulla democrazia palestinese.
Un “professore in prigione”, dunque: non di quelli con la cattedra e la tessera sindacale, ma di quelli che insegnano a voce bassa nei cortili delle carceri, spiegando la differenza tra rabbia e dignità.
Dal sogno di Oslo al carcere
Negli anni ’90, Barghouti partecipa ai colloqui di Oslo: ci crede, ingenuamente. Crede che un giorno ci sarà uno Stato palestinese che non avrà bisogno di sparare per farsi rispettare.
Quando il processo di pace naufraga e scoppia la Seconda Intifada, è lui a cercare di tenere insieme la rabbia della strada e la diplomazia dei palazzi.
Per Israele diventa “il cervello della rivolta”, per il suo popolo “la coscienza della resistenza”.
Nel 2002 viene arrestato, processato e condannato a cinque ergastoli e quarant’anni extra — un modo elegante per dire: “non ti libereremo mai”.
Al processo rifiuta di difendersi: “Non riconosco il vostro tribunale, siete l’occupante”.
Un gesto che lo trasforma in un’icona: da quel momento, per milioni di palestinesi, Marwan Barghouti diventa il Mandela di Ramallah.
Il docente dell’ombra
Dentro la prigione di Hadarim, Barghouti non smette di insegnare.
Organizza lezioni di politica, corsi di lingua, seminari su diritto internazionale.
Forma generazioni di detenuti che lo chiamano “al-ustādh”, il professore.
“Non insegnava come un accademico”, ricorda un ex detenuto, “ma come chi ha perso tutto tranne la voce”.
Da quella cella scrive, studia, guida scioperi della fame, e persino redige, nel 2006, il “Documento dei prigionieri”, una bozza di riconciliazione fra Fatah e Hamas.
Un gesto di dialogo che fece infuriare entrambi: i primi lo accusarono di trattare con gli islamisti, i secondi di parlare di democrazia.
Il leader che spaventa due poteri
Israele non lo libera perché sa che, se uscisse, nessun altro palestinese avrebbe più legittimità di lui.
Hamas non lo vuole libero perché un leader laico e carismatico, capace di unire anziché dividere, distruggerebbe il loro monopolio morale.
E così Barghouti resta dov’è: ostaggio di due paure speculari.
Nel 2017 il ministro israeliano Itamar Ben-Gvir, erede spirituale della destra più estrema, andò a provocarlo nella cella.
Il risultato? Una foto imbarazzante: un ministro armato di potere che sfida un prigioniero armato solo di idee.
E nella storia, si sa, a lungo andare vincono sempre le idee.
Fadwa, la voce libera
Fuori, la moglie Fadwa Al-Barghouti continua a lottare.
Avvocata, diplomata in legge, gira il mondo raccontando la storia del marito con la calma di chi ha imparato a contare gli anni, non i giorni.
Nel 2013 lanciò la campagna per la sua liberazione da Robben Island, l’isola dove fu imprigionato Nelson Mandela.
Una coincidenza che non è solo simbolica: è la confessione di una verità scomoda — che ogni potere coloniale ha bisogno di un Mandela da tenere chiuso per sentirsi al sicuro.
Il futuro che fa paura
Oggi, ogni volta che si parla di scambi di prigionieri, il suo nome ricompare e scompare come un fantasma.
Troppo importante per dimenticarlo, troppo pericoloso per liberarlo.
Eppure, in tutta la Palestina, le sue foto appese alle pareti sono più numerose di quelle di qualunque presidente o capo milizia.
È questo il suo potere: essere libero nell’unico luogo dove gli altri sono prigionieri — le loro ideologie.
Così, tra le mura di un carcere israeliano, un uomo insegna ancora.
Insegna che si può resistere senza odiare, che si può vincere senza uccidere, e che la libertà vera non è una concessione, ma un contagio.
Per questo né Hamas né Netanyahu vogliono che esca:

perché un uomo che insegna la libertà non si controlla, si teme.

venerdì 17 ottobre 2025

PENSATE PRIMA DI PARLARE. E GUARDATE. LO SGUARDO SU GAZA DI ELENA, 17 ANNI, STUDENTESSA DEL LICEO BERCHET DI MILANO.

 Spegnete tutto. Ora guardate.

Spegnete per un attimo la voce del professore che detta le date della Seconda Guerra Mondiale. Spegnete il brusio delle lamentele dei voti bassi.

Spegnete le notifiche che vibrano senza pietà.

Spegnete le ironie da corridoio, i discorsi sulle regole non rispettate, sulle occupazioni “improprie”, sui giorni “persi” di scuola.

Spegnete tutto.

E fate una cosa sola.

Guardate.

Guardate quella bambina palestinese che non ha più la scuola, né il banco, né la penna con cui sognava di diventare scrittrice. 

Non ha più sua madre. 

Guardate quel padre che scava a mani nude tra le macerie.

Non cerca un oggetto.

Cerca il figlio. 

Figlio che non potrà mai più abbracciare.

Guardate l’infermiera che da tre giorni non dorme e ha le mani coperte di sangue.

Non ha più medicine, né acqua, né elettricità.

Ma continua, come può, a tenere in vita chi ancora respira.

Guardate Gaza.

No, non leggete solo.

Non limitatevi a scorrere.

Guardate.

Guardate gli occhi sbarrati dei bambini sopravvissuti: non sono più occhi, ma ferite sbarrate sul mondo.

Guardate i corpi ammassati, i sepolti vivi, i video censurati. 

Guardate il fumo nero che si alza da scuole, da ospedali, da case. 

Guardate le vite diventare numeri, le notizie chiamarle "danni collaterali". 

Guardate gli innocenti uccisi due volte: la prima dalle bombe, la seconda dal silenzio.

E adesso ditemi: davvero il problema è stata l'occupazione di questa scuola?

Davvero la vostra indignazione si accende per delle scale bloccate e non per le aule bombardate? Davvero vi scandalizzano due giorni senza lezione più di mesi e mesi senza tregua, senza acqua, senza pace, senza infanzia né futuro?

Ci hanno accusati di aver “creato tensione”. 

Ma quale tensione può mai essere paragonabile all’urlo di una madre alla quale viene strappato il figlio? 

Ci accusano di non essere stati democratici.

Ma quale democrazia possiamo ancora onorare, se nel mondo ci sono governi che possono spegnere intere città, e nessuno li ferma?

Ci hanno parlato di “conflitto”. Di “complessità”. Che bisogna “ascoltare entrambe le parti”. 

E allora io vi chiedo:

Quale parte giustifica la fame come arma?

Quale parte giustifica i bombardamenti su ospedali?

Quale parte giustifica i cadaveri di bambini messi nei sacchi della spesa?

Davvero credete ancora che la verità sia sempre “nel mezzo”?

C’è un punto oltre il quale l'equidistanza non è più equilibrio, ma solo viltà e codardia.

E quel punto lo abbiamo superato da tempo.

Adesso parlano di pace, chiedendoci di tornare alla “normalità”.

Ma se la normalità significa dimenticare, girarsi dall'altra parte, fare finta di niente...

Allora no, grazie.

Noi non vogliamo tornare normali.

Vogliamo restare umani.

E se restare umani significa essere radicali, allora lo saremo.

Se significa essere scomodi, allora ci staremo comodi nella scomodità.

Abbiamo scelto di stare dalla parte della vita, della giustizia, della verità. 

E continueremo a farlo, anche quando saremo stanchi, anche quando ci diranno che è inutile, anche quando ci ignoreranno.

Perché la verità è che, mentre qui ci domandiamo se fosse “opportuno” parlarne,

a Gaza morivano bambini. Ogni giorno.

E noi non vogliamo e non possiamo restare in silenzio.

Perciò guardate.

E pensate.


L’UOMO CHE NESSUNO OSA LIBERARE

 
Ventitré anni di prigione non bastano a spegnere una voce.
Marwan Barghouti, politico, prigioniero e “professore in catene”, è temuto da Netanyahu e da Hamas per lo stesso motivo: parla al popolo come se fosse già libero.
C’è un paradosso che la storia ripete con inquietante regolarità: gli uomini più pericolosi non sono quelli che sparano, ma quelli che spiegano.
Marwan Barghouti appartiene a questa razza rara — quella dei rivoluzionari che hanno più libri che fucili, più idee che milizie.
E proprio per questo, dopo ventitré anni di prigione, Israele non lo libera e Hamas non lo reclama.
Entrambi sanno che, se domani uscisse, non ci sarebbe più guerra da combattere, ma solo un Paese da costruire
Il ragazzo di Kobar che imparò a pensare in prigione
Barghouti nasce nel 1959 nel villaggio di Kobar, vicino a Ramallah — un luogo dove la terra è rossa, le case bianche e la politica si impara al mercato.
A quindici anni entra in Fatah, il movimento fondato da Arafat, e diventa uno dei promotori dello Shabiba, il movimento giovanile palestinese: voleva educare i ragazzi alla resistenza, ma con la testa, non con la dinamite.
Arrestato da adolescente, trascorre lunghi periodi nelle carceri israeliane, dove impara due cose: l’ebraico e la disciplina.
È lì, tra un interrogatorio e l’altro, che inizia a leggere di storia, economia, geopolitica. E quando finalmente si iscrive all’università di Birzeit, studia scienze politiche e storia come un uomo che ha capito che la vera arma è il pensiero.
Nel 1994 si laurea, poi ottiene un master in relazioni internazionali, e infine — ironia suprema — un dottorato in scienze politiche dalla sua cella, con una tesi sulla democrazia palestinese.
Un “professore in prigione”, dunque: non di quelli con la cattedra e la tessera sindacale, ma di quelli che insegnano a voce bassa nei cortili delle carceri, spiegando la differenza tra rabbia e dignità.
Dal sogno di Oslo al carcere
Negli anni ’90, Barghouti partecipa ai colloqui di Oslo: ci crede, ingenuamente. Crede che un giorno ci sarà uno Stato palestinese che non avrà bisogno di sparare per farsi rispettare.
Quando il processo di pace naufraga e scoppia la Seconda Intifada, è lui a cercare di tenere insieme la rabbia della strada e la diplomazia dei palazzi.
Per Israele diventa “il cervello della rivolta”, per il suo popolo “la coscienza della resistenza”.
Nel 2002 viene arrestato, processato e condannato a cinque ergastoli e quarant’anni extra — un modo elegante per dire: “non ti libereremo mai”.
Al processo rifiuta di difendersi: “Non riconosco il vostro tribunale, siete l’occupante”.
Un gesto che lo trasforma in un’icona: da quel momento, per milioni di palestinesi, Marwan Barghouti diventa il Mandela di Ramallah.
Il docente dell’ombra
Dentro la prigione di Hadarim, Barghouti non smette di insegnare.
Organizza lezioni di politica, corsi di lingua, seminari su diritto internazionale.
Forma generazioni di detenuti che lo chiamano “al-ustādh”, il professore.
“Non insegnava come un accademico”, ricorda un ex detenuto, “ma come chi ha perso tutto tranne la voce”.
Da quella cella scrive, studia, guida scioperi della fame, e persino redige, nel 2006, il “Documento dei prigionieri”, una bozza di riconciliazione fra Fatah e Hamas.
Un gesto di dialogo che fece infuriare entrambi: i primi lo accusarono di trattare con gli islamisti, i secondi di parlare di democrazia.
Il leader che spaventa due poteri
Israele non lo libera perché sa che, se uscisse, nessun altro palestinese avrebbe più legittimità di lui.
Hamas non lo vuole libero perché un leader laico e carismatico, capace di unire anziché dividere, distruggerebbe il loro monopolio morale.
E così Barghouti resta dov’è: ostaggio di due paure speculari.
Nel 2017 il ministro israeliano Itamar Ben-Gvir, erede spirituale della destra più estrema, andò a provocarlo nella cella.
Il risultato? Una foto imbarazzante: un ministro armato di potere che sfida un prigioniero armato solo di idee.
E nella storia, si sa, a lungo andare vincono sempre le idee.
Fadwa, la voce libera
Fuori, la moglie Fadwa Al-Barghouti continua a lottare.
Avvocata, diplomata in legge, gira il mondo raccontando la storia del marito con la calma di chi ha imparato a contare gli anni, non i giorni.
Nel 2013 lanciò la campagna per la sua liberazione da Robben Island, l’isola dove fu imprigionato Nelson Mandela.
Una coincidenza che non è solo simbolica: è la confessione di una verità scomoda — che ogni potere coloniale ha bisogno di un Mandela da tenere chiuso per sentirsi al sicuro.
Il futuro che fa paura
Oggi, ogni volta che si parla di scambi di prigionieri, il suo nome ricompare e scompare come un fantasma.
Troppo importante per dimenticarlo, troppo pericoloso per liberarlo.
Eppure, in tutta la Palestina, le sue foto appese alle pareti sono più numerose di quelle di qualunque presidente o capo milizia.
È questo il suo potere: essere libero nell’unico luogo dove gli altri sono prigionieri — le loro ideologie.
Così, tra le mura di un carcere israeliano, un uomo insegna ancora.
Insegna che si può resistere senza odiare, che si può vincere senza uccidere, e che la libertà vera non è una concessione, ma un contagio.
Per questo né Hamas né Netanyahu vogliono che esca:
perché un uomo che insegna la libertà non si controlla, si teme.