domenica 9 novembre 2025

ARGENTINA, JP MORGAN ED ELEZIONI

 

di Marco Consolo 

Fiumi di inchiostro sono stati versati sul risultato elettorale in Argentina e sulla “vittoria schiacciante” del partito di governo, La Libertad Avanza di Javier Milei alle elezioni di medio termine del 26 ottobre. Molto si è scritto sugli equilibri politici interni, sulle alleanze, su quali siano stati i fattori che hanno reso possibile una vittoria sorprendente per molti aspetti.

Ma forse non tutti sanno che il 24 ottobre (2 giorni prima delle elezioni) a Buenos Aires si era tenuta la riunione annuale del vertice di JP Morgan Chase Bankla più grande banca d’affari degli Stati Uniti. Ovvero, una delle banche che ha stabilito le condizioni della sottomissione economica dell’Argentina al sistema finanziario internazionale. E così, mentre nelle strade si chiudeva la campagna elettorale, i poteri forti si riunivano nei salotti eleganti di Buenos Aires, senza troppo chiasso, in abiti scuri e la spilla di JP Morgan sul bavero.

Si saça va sans dire, i banchieri non badano a spese (soprattutto con soldi che non sono loro). E così, parcheggiati nella zona VIP dell’aeroporto internazionale di Ezeiza, hanno fatto bella mostra di sé più di una dozzina di jet privati di alti funzionari della banca, il meglio dell’aviazione executive mondiale, il cui costo per aeronave oscilla tra i 57 e i 61 milioni di dollari.

La presenza di JP Morgan nel bel mezzo di una campagna elettorale caratterizzata dall’incertezza e dalle tensioni cambiarie è stata un’ispezione diretta del laboratorio economico argentino, il più ortodosso del pianeta. Il governo di Javier Milei ha trasformato il Paese in un esperimento neo-liberista radicale, con deregolamentazione, privatizzazioni e indebitamento in nome della libertà di mercato. Ma quella libertà ha dei proprietari, atterrati a Ezeiza con jet di lusso e la JP Morgan è ospite d’onore. Detto in altri termini, prima delle elezioni, i banchieri avevano già deciso chi avrebbe governato, chi avrebbe gestito l’economia ed il debito estero, chi avrebbe controllato l’energia ed il prezzo delle bollette. Lungi dall’essere un fatto isolato è la rappresentazione plastica di una politica di svendita della sovranità travestita da modernizzazione.

Il 24 ottobre, Milei ha partecipato alla riunione dell’emblematica banca statunitense nel ruolo di portavoce del potere finanziario. E nelle elezioni del 26 ottobre, La Libertad Avanza ha ottenuto circa il 40% dei voti a livello nazionale. Fuerza Patria (peronista) si è classificata al secondo posto con circa il 33%, in un’elezione con una partecipazione di circa il 66-68% degli elettori. Al terzo posto (7%) si è piazzata una nuova lista dei governatori delle province (Provincias Unidas), mentre a sinistra la coalizione di partiti trotskisti (Frente de Izquierda y de trabajadores – Unidad) ottiene il 3,90%.

Ma il capitale non si sottopone allo scrutinio elettorale: il suo potere non si decide nelle urne, ma si basa sugli interessi economici che operano al di sopra della volontà popolare, sulla capacità di manipolare il senso comune della società controllando i “latifondi mediatici” tradizionali e gli algoritmi delle “reti sociali”, nonché sull’uso della violenza, nel caso fosse necessario.

Gli ospiti d’onore dei “salotti buoni”

L’incontro annuale ha riunito personaggi al vertice del mondo imprenditoriale, finanziario e politico, internazionale ed argentino.

A capo della delegazione dei banchieri c’era Jamie Dimon (proprietario di una fortuna di 2,8 miliardi di dollari)presidente e CEO di JP Morgan Chase. In precedenza, Dimon è stato membro del consiglio d’amministrazione della Federal Reserve Bank di New York. Il banchiere aveva già visitato il paese nel novembre 2018, quando si era riunito con l’allora Presidente Mauricio Macri. Anche questa volta ha incontrato il nuovo Presidente Milei, ma, a differenza del passato, la visita si è verificata alla vigilia delle elezioni legislative.

Tra gli esponenti del potere globale, spiccava Tony Blair, ex primo ministro britannico, meglio conosciuto come “il macellaio di Baghdad” e per i suoi interventi militari anche in Kosovo e in Sierra Leone. Grazie al meccanismo delle “porte girevoli”, dal 2008 fa parte del Consiglio Internazionale di JP Morgan, con un lauto stipendio di un milione di sterline l’anno come lobbista globale. Con le sue operazioni, durante la guerra in Iraq ha fatto guadagnare molti milioni a JP Morgan, dirigendo la Nuova Banca Commerciale Irachena e ipotecando la produzione di petrolio.

Tra gli invitati c’era anche Condoleezza Rice, ex Segretario di Stato degli Stati Uniti e socia del gruppo finanziario Rice. È stata Consigliere per la Sicurezza Nazionale di George W. Bush durante il primo mandato, e una delle responsabili dell’invasione dell’Iraq nel 2003. Rice ha lavorato per un decennio per la Chevron in Kazakistan, moltiplicandone i ricavi (sia in Kazakistan che in Angola), passati da 1,2 miliardi di dollari nel 1991 a oltre 5 miliardi nel 2000.

Non poteva mancare Robert Michael Gates, che nel 1974 entrò a far parte del Consiglio di Sicurezza Nazionale agli ordini di Henry Kissinger, quando fu disegnato il Piano Condor. Ex direttore della CIA tra novembre 1991 e gennaio 1993, Gates è stato anche segretario alla Difesa degli Stati Uniti (2006-2011) durante la presidenza Obama.

Uno degli ospiti più rilevanti dal settore privato era Amin Nasser, capo della Società degli Ingegneri Petroliferi e CEO di Saudi Aramco, la più grande compagnia petrolifera al mondo, che ha appena acquisito decine di stazioni di servizio in Cile. Nasser, membro del Consiglio di amministrazione di BlackRock dal luglio 2023, dirige una delle aziende più influenti nel settore energetico e minerario globale. Va sottolineato che BlackRock (azionista di YPF, Chevron e Pampa Energía) da tempo ha messo gli occhi sui giacimenti argentini di Vaca Muerta, con gas e petrolio.

All’evento ha partecipato anche Khaldoon Al Mubarak, presidente dell’Autorità per gli affari esecutivi dell’emirato di Abu Dhabi e membro della Dolphin Energy.

Erano naturalmente presenti anche alcuni imprenditori del settore energetico e finanziario locale. Tra gli altri: Gruppo Albanesi, CGC, Aeropuertos Argentina 2000, Camera dell’Energia Eolica, MSU, YPF, Pampa Energía, Banco Hipotecario, e Adecoagro.

L’anfitrione principale è stato Facundo Gómez Minujín, amministratore delegato di JP Morgan Argentina, insieme a Pierpaolo Barbieri (Ualá) e Marcos Galperin (Mercado Libre), imprenditori le cui aziende hanno legami diretti con la banca [i].

Il debito estero alle stelle

Con una lunga storia di indebitamento estero, insolvenze e svendita del Paese, l’Argentina ha un rapporto a dir poco controverso con gli organismi finanziari internazionali. Dopo decenni di prestiti, nel 2006 il governo di Néstor Kirchner aveva finalmente interrotto il suo rapporto con il FMI pagando l’intero debito estero. Ma nel 2018, l’allora presidente Mauricio Macri aveva negoziato con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) un maxi-prestito di circa 50 miliardi di dollari per “stabilizzare l’economia”. Il più grande mai concesso dal FMI. E a cambio del prestito, Macri aveva approfondito le politiche neo-liberiste ortodosse.

Oggi, l’arrivo di JP Morgan coincide con il sostegno finanziario degli Stati Uniti all’Argentina, che di recente ha firmato uno swap per 20 miliardi di dollari e sta intervenendo nel mercato dei cambi acquistando pesos argentini per contenere il tasso di cambio ufficiale. Si tratta di un’operazione senza precedenti in appoggio a un “governo amico”.

Oltre al cambio di valuta, c’è da ricordare l’intervento a gamba tesa di Trump, che aveva promesso ulteriori crediti all’Argentina solo in caso di vittoria di Milei.  Secondo il suo segretario del Tesoro, Scott Bessent, il sostegno potrebbe includere un ulteriore prestito di 20 miliardi di dollari da un consorzio di banche, tra cui JP Morgan. La banca d’affari, inoltre, secondo il nuovo ministro degli estri argentino ed ex segretario delle Finanze, Pablo Quirno (uomo di JP Morgan), sarà responsabile dell’operazione di riacquisto del debito, annunciata questa settimana.

Nei giorni precedenti il vertice, JP Morgan ha pubblicato un rapporto in cui identifica le opportunità nei titoli argentini, con particolare enfasi nei settori energetico e bancario. Nonostante i rischi della situazione politica e macroeconomica tutt’altro che stabile, l’analisi enfatizza il potenziale di ripresa in caso di vittoria del governo Milei. La scommessa non poteva essere più chiara. Un’ennesima dimostrazione del fatto che i poteri forti non hanno bisogno né di elezioni, né di democrazia, ma di debiti e obbedienza. Il contrasto è stridente nel Paese laboratorio del turbo-liberismo mondiale.

Tutti gli uomini di JP Morgan

La banca JP Morgan ha appena annunciato la costruzione a Buenos Aires di due nuove mega torri per uffici, per raddoppiare la propria capacità operativa nel Paese.

La Casabianca e la JP Morgan hanno inserito i propri uomini nel Ministero dell’Economia, nel Banco Central e agli Esteri, per dettare l’agenda economica e influenzare la politica estera. Per questo hanno messo Luis Caputo (ex capo di Trading per l’America Latina di JP Morgan) al Ministero dell’Economia, Santiago Bausili come Presidente del Banco Central e Pablo Quirno (ex-direttore America Latina di JP Morgan) a capo del Ministero degli Esteri.

JP Morgan ha annunciato che investirà 1,5 miliardi di dollari in quattro settori e 27 sottosettori “strategici”, tra cui il minerario, l’energetico e i beni industriali. Uno degli obiettivi è quello di garantire la fluidità delle catene di approvvigionamento di materie prime fondamentali per gli Stati Uniti, nel contesto di guerra commerciale con la Cina e della disputa mondiale per il controllo delle risorse naturali.

JP Morgan fa shopping

Rassicurata dal risultato elettorale, la JP Morgan avanza con strategie devastanti.

La prima è quella della privatizzazione del settore nucleare.

La seconda è privatizzare le centrali idroelettriche costruite con fondi statali. Il bando internazionale per la vendita di 4 centrali scadeva lo scorso 23 ottobre, ma su richiesta delle parti interessate, Caputo ha gentilmente posticipato di altre due settimane la chiusura del bando, a cui aveva già apportato modifiche. Le dighe sono state costruite con le risorse dello Stato argentino, poi attribuite in concessione da Menem negli anni ’90 e ora vendute da Milei.

La terza strategia di JP Morgan è quella di dollarizzare le tariffe energetiche. In un Paese con bassi salari in pesos, dollarizzare l’energia significa rendere la vita quotidiana ostaggio del dollaro. Dal dicembre 2023, le tariffe sono aumentate del 514% con un’inflazione del 171%. Le grandi aziende potranno acquistare energia direttamente dai produttori, a prezzi in dollari e senza regolamentazione statale.

La ricetta delle privatizzazioni non è nuova: prima indebitano le aziende pubbliche, poi le “amministrano” e alla fine comprano a prezzi stracciati ciò che hanno distrutto. Lo ha detto chiaro e tondo lo stesso Jamie Dimon: “Con questo salvataggio, compreremo a basso prezzo e venderemo caro”.

Nel 2025, l‘Argentina è di nuovo in vendita, ma il cartello “Vendesi” è affisso a Wall Street.

La storia si ripete come tragedia

Il 12 ottobre 1492, Cristoforo Colombo arrivò in America con le famose tre caravelle e con quella spedizione iniziò la sanguinosa colonizzazione europea del continente americano. Viceversa, nell’ottobre del 2025, i dirigenti della più grande banca degli Stati Uniti sono arrivati in Argentina con una flotta di jet di lusso, per dare continuità al saccheggio finanziario.  Mentre Milei ha celebrato l’arrivo dei capitali internazionali come se si trattasse di una nuova epopea civilizzatrice, gli emissari del sistema finanziario globale controllano e condizionano il corso dell’Argentina turbo-liberista.

Nel 1492 Colombo portò la croce e la spada, specchietti e perline di vetro colorato, promesse di civiltà e progresso. Sappiamo come andò a finire. Nel 2025, JP Morgan compra a prezzi stracciati gli assets argentini e promette investimenti. Come allora, la storia si ripete: mentre i popoli sono derubati di terra, risorse minerarie e finanziarie, la resa senza condizioni si maschera da alleanza strategica,  la sudditanza da apertura al mondo, il saccheggio da progresso.

Le caravelle del XXI secolo sono i jet della JP Morgan, che simboleggiano lo sbarco dei poteri forti, del potere reale. Bastano alcuni jet privati parcheggiati a Ezeiza per capire chi comanda davvero nell’Argentina dell’eterno aggiustamento strutturale.

https://marcoconsolo.altervista.org/argentina-jp-morgan-ed-elezioni/


sabato 1 novembre 2025

LA SCUOLA NON SI ARRUOLA

Riteniamo che si stia consumando un fatto vergognoso all'interno del mondo della scuola e della formazione. L’Osservatorio contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università ha organizzato un convegno nazionale dal titolo “La Scuola Non Si Arruola” per la giornata del 4 novembre, Giornata dell’unità Nazionale e delle Forze Armate”, con una chiara finalità: portare all’attenzione del mondo della scuola e dell’università il profondo cambiamento che nella nostra società si sta verificando rispetto al ruolo della guerra, dell'esercito e delle armi, soprattutto grazie all’attuale governo. Assistiamo infatti alla progressiva normalizzazione della guerra quale strumento di risoluzione delle tensioni e dei conflitti e alla conseguente crescita delle spese per il riarmo dei paesi europei. Questo drammatico cambio di prospettiva pesa inevitabilmente sui conti pubblici determinando il taglio di molti servizi, sanità ed istruzione in testa, a scapito soprattutto dei ceti meno abbienti. La sicurezza si traduce sempre più ed esclusivamente in repressione del dissenso e del conflitto attraverso pratiche coercitive ed autoritarie, in linea coi principi “sicuritari” sanciti dal governo Meloni e ad alcune direttive europee. Preoccupante in modo particolare è l’azione del governo sul piano ideologico e culturale. Non sono infatti mancate occasioni in cui l’esercito è entrato nelle scuole per tenere corsi di formazione e parlare di guerra, neppure eventi pubblici in cui mostrare armi come a Palermo qualche settimana fa, cercando di procedere verso una normalizzazione delle pratiche di guerra, "introducendole" nella quotidianità. Ci si è spinti persino a far dimostrazioni in qualche asilo della nostra provincia.

Purtroppo siamo venuti a conoscenza del fatto che il convegno organizzato dall'Osservatorio Contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università è stato annullato dal Ministero Dell'Istruzione e del Merito con la motivazione che l'iniziativa non appare coerente con le finalità di formazione professionale del personale docente presentando contenuti e finalità estranei agli ambiti formativi riconducibili alle competenze dei docenti.

Il Partito Della Rifondazione Comunista trova questa motivazione assolutamente  capziosa e priva di valore, ritenendo che nella formazione tanto dei docenti che degli studenti una riflessione sulle tragiche conseguenze della guerra e sui meccanismi che la determinano sia invece essenziale nelle sviluppo di una cultura critica tanto nelle nuove generazione quanto in tutti i cittadini ed aprire un dibattito su questo tema non sia estraneo alla formazione culturale e professionale di nessuno. Rifondazione Comunista coglie invece la volontà governativa di imporre un unico punto di vista, acritico, tacitando ogni dissenso. Il nostro partito solidarizza con l'Osservatorio contro la Militarizzazione, riconoscendogli un alto valore politico e culturale del lavoro svolto di cui condivide appieno la finalità. Si augura pertanto che abbia buon fine l'azione legale intrapresa dallo stesso Osservatorio per superare l'opposizione del Ministero Dell'istruzione e del Merito e restituire il diritto alla formazione al dibattito e all'istruzione di docenti, studenti e cittadini. 

PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA - FEDERAZIONE DI VARESE

lunedì 20 ottobre 2025

Il Partito della Rifondazione Comunista – Federazione di Varese esprime solidarietà ai compagni del PCR per il gravissimo attacco subito nei giorni scorsi

 Il PRC esprime tutta la sua solidarietà ai compagni del Circolo Lenin del Partito Comunista Rivoluzionario di Varese oggetto di un gravissimo attacco subito nei giorni scorsi. Le vetrine della sede sono state imbrattate con feci animali e colpite da bottiglie. È il secondo episodio di questo genere che si verifica quest'anno. Convinti che il confronto politico debba seguire sul piano dei contenuti e delle idee, riteniamo che questa vile azione dimostri con evidenza la matrice fascista di chi l'ha commessa che, come da copione consolidato, mostra la piena incapacità di riflettere sulle idee e le attività svolte dai giovani compagni del Circolo, ed esprima solo un ideologico ed intollerabile rifiuto del confronto e del dialogo, espressi peraltro in modo assolutamente deprecabile.

Il PRC esprime invece stima per l'impegno e le attività del Circolo Lenin e ammirazione per il coraggio che hanno mostrato a fronte dell'accadimento.

 

PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA - FEDERAZIONE DI VARESE

domenica 19 ottobre 2025

CONDANNIAMO L'ATTENTATO A RANUCCI

Abbiamo appreso con sgomento dell’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci avvenuto la scorsa notte a Pomezia. L’auto di sua proprietà è stata fatta esplodere e dalle prime indagini emergerebbe che la carica dell’esplosivo fosse tale da poter uccidere. Si tratta indubbiamente di un attentato gravissimo, fortemente intimidatorio sia nei confronti di Ranucci e della sua famiglia, sia nei confronti del giornalismo di inchiesta e dell’informazione libera in generale. Il PRC riconosce il grande lavoro condotto da Ranucci e dalla trasmissione Report, un lavoro condotto con grande impegno e serietà, capace di produrre una informazione lucida, chiara e puntualmente ben documentata. All’interno di una società che si voglia definire democratica il ruolo dell’informazione vera, documentata e assolutamente scevra da aspetti propagandistici è fondamentale.  In un periodo quale è quello che stiamo attraversando, dove la propaganda assume un ruolo predominante a scapito di una informazione curata e puntuale, il lavoro di Ranucci ha per noi, perciò, un grandissimo valore e un attentato di questo genere non può che destare grandissima preoccupazione, configurandosi come un vero e proprio attentato contro la libertà di informazione. La difesa dell’informazione e di chi in questo ambito lavora è fondamentale per la tutela della democrazia. Il PRC esprime perciò piena solidarietà e vicinanza a Sigfrido Ranucci per quanto accaduto. Ci auguriamo che le indagini saranno condotte con cura e facciano emergere le vere responsabilità, ma soprattutto che la politica prenda atto di quanto accaduto e sappia fare un importante passo avanti nel riconoscimento e nella tutela della liberà informazione.

PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA - FEDERAZIONE DI VARESE

  

Libertà per Marwan Barghouti, il Nelson Mandela palestinese - Firma la petizione


 https://www.change.org/LiberareBarghouti

Sottoscritta da personalità politiche della sinistra, dell'associazionismo, della cultura italiana, è stata ora lanciata la petizione per la libertà di Marwan Barghouti richiuso da più di 20 anni nelle carceri israeliane. Il governo Israeliano ha negato ancora la sua liberazione.

Continuamo la lotta al fianco del popolo palestinese, chiedendo la libertà di un uomo, da tutti ritenuto un leader indiscusso. Chiediamo la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi.ù

Ventitré anni di prigione non bastano a spegnere una voce.
Marwan Barghouti, politico, prigioniero e “professore in catene”, è temuto da Netanyahu e da Hamas per lo stesso motivo: parla al popolo come se fosse già libero.
C’è un paradosso che la storia ripete con inquietante regolarità: gli uomini più pericolosi non sono quelli che sparano, ma quelli che spiegano.
Marwan Barghouti appartiene a questa razza rara — quella dei rivoluzionari che hanno più libri che fucili, più idee che milizie.
E proprio per questo, dopo ventitré anni di prigione, Israele non lo libera e Hamas non lo reclama.
Entrambi sanno che, se domani uscisse, non ci sarebbe più guerra da combattere, ma solo un Paese da costruire
Il ragazzo di Kobar che imparò a pensare in prigione
Barghouti nasce nel 1959 nel villaggio di Kobar, vicino a Ramallah — un luogo dove la terra è rossa, le case bianche e la politica si impara al mercato.
A quindici anni entra in Fatah, il movimento fondato da Arafat, e diventa uno dei promotori dello Shabiba, il movimento giovanile palestinese: voleva educare i ragazzi alla resistenza, ma con la testa, non con la dinamite.
Arrestato da adolescente, trascorre lunghi periodi nelle carceri israeliane, dove impara due cose: l’ebraico e la disciplina.
È lì, tra un interrogatorio e l’altro, che inizia a leggere di storia, economia, geopolitica. E quando finalmente si iscrive all’università di Birzeit, studia scienze politiche e storia come un uomo che ha capito che la vera arma è il pensiero.
Nel 1994 si laurea, poi ottiene un master in relazioni internazionali, e infine — ironia suprema — un dottorato in scienze politiche dalla sua cella, con una tesi sulla democrazia palestinese.
Un “professore in prigione”, dunque: non di quelli con la cattedra e la tessera sindacale, ma di quelli che insegnano a voce bassa nei cortili delle carceri, spiegando la differenza tra rabbia e dignità.
Dal sogno di Oslo al carcere
Negli anni ’90, Barghouti partecipa ai colloqui di Oslo: ci crede, ingenuamente. Crede che un giorno ci sarà uno Stato palestinese che non avrà bisogno di sparare per farsi rispettare.
Quando il processo di pace naufraga e scoppia la Seconda Intifada, è lui a cercare di tenere insieme la rabbia della strada e la diplomazia dei palazzi.
Per Israele diventa “il cervello della rivolta”, per il suo popolo “la coscienza della resistenza”.
Nel 2002 viene arrestato, processato e condannato a cinque ergastoli e quarant’anni extra — un modo elegante per dire: “non ti libereremo mai”.
Al processo rifiuta di difendersi: “Non riconosco il vostro tribunale, siete l’occupante”.
Un gesto che lo trasforma in un’icona: da quel momento, per milioni di palestinesi, Marwan Barghouti diventa il Mandela di Ramallah.
Il docente dell’ombra
Dentro la prigione di Hadarim, Barghouti non smette di insegnare.
Organizza lezioni di politica, corsi di lingua, seminari su diritto internazionale.
Forma generazioni di detenuti che lo chiamano “al-ustādh”, il professore.
“Non insegnava come un accademico”, ricorda un ex detenuto, “ma come chi ha perso tutto tranne la voce”.
Da quella cella scrive, studia, guida scioperi della fame, e persino redige, nel 2006, il “Documento dei prigionieri”, una bozza di riconciliazione fra Fatah e Hamas.
Un gesto di dialogo che fece infuriare entrambi: i primi lo accusarono di trattare con gli islamisti, i secondi di parlare di democrazia.
Il leader che spaventa due poteri
Israele non lo libera perché sa che, se uscisse, nessun altro palestinese avrebbe più legittimità di lui.
Hamas non lo vuole libero perché un leader laico e carismatico, capace di unire anziché dividere, distruggerebbe il loro monopolio morale.
E così Barghouti resta dov’è: ostaggio di due paure speculari.
Nel 2017 il ministro israeliano Itamar Ben-Gvir, erede spirituale della destra più estrema, andò a provocarlo nella cella.
Il risultato? Una foto imbarazzante: un ministro armato di potere che sfida un prigioniero armato solo di idee.
E nella storia, si sa, a lungo andare vincono sempre le idee.
Fadwa, la voce libera
Fuori, la moglie Fadwa Al-Barghouti continua a lottare.
Avvocata, diplomata in legge, gira il mondo raccontando la storia del marito con la calma di chi ha imparato a contare gli anni, non i giorni.
Nel 2013 lanciò la campagna per la sua liberazione da Robben Island, l’isola dove fu imprigionato Nelson Mandela.
Una coincidenza che non è solo simbolica: è la confessione di una verità scomoda — che ogni potere coloniale ha bisogno di un Mandela da tenere chiuso per sentirsi al sicuro.
Il futuro che fa paura
Oggi, ogni volta che si parla di scambi di prigionieri, il suo nome ricompare e scompare come un fantasma.
Troppo importante per dimenticarlo, troppo pericoloso per liberarlo.
Eppure, in tutta la Palestina, le sue foto appese alle pareti sono più numerose di quelle di qualunque presidente o capo milizia.
È questo il suo potere: essere libero nell’unico luogo dove gli altri sono prigionieri — le loro ideologie.
Così, tra le mura di un carcere israeliano, un uomo insegna ancora.
Insegna che si può resistere senza odiare, che si può vincere senza uccidere, e che la libertà vera non è una concessione, ma un contagio.
Per questo né Hamas né Netanyahu vogliono che esca:

perché un uomo che insegna la libertà non si controlla, si teme.